Arpentage: leggere insieme, pensare insieme

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La nostra relazione con l’arpentage è iniziata il 23 novembre 2025 con Leccami la password, dal sottotitolo di Server Donne, libro per noi molto importante di Marzia Vaccari, all’interno del Calendario OFF del Festival Eredità delle Donne 2025. È proseguita nella primavera di quest’anno, il 24 maggio 2026, quando abbiamo sperimentato un “arpentage plurale”, ovvero con più libri da leggere insieme, durante una giornata intitolata DESIDERIO, una parola femminista e dedicata a Lia Cigarini, con protagonista la sua raccolta di saggi La politica del desiderio.

Queste nostre due prime volte sono entrambe avvenute al Circolo ARCI 29 Martiri, una realtà della Prato Femminista curiosa di sperimentare, come noi, questo laboratorio di lettura collaborativa che negli ultimi mesi ha iniziato a diffondersi anche in Italia. Le fotografie che scorrono nella gallery qui sopra raccontano proprio questa storia: dalle nostre prime due esperienze di arpentage a Prato fino all’incontro con chi, in Francia, ha dato un nome a questa pratica.

Sentivamo infatti il desiderio di conoscerne meglio le radici storiche e le ragioni sociali. Così, a inizio giugno, Elena di GLTeam è volata a Parigi per intervistare Laura Safier, Responsabile dello sviluppo culturale di Peuple et Culture, storica associazione francese nata nel 1945 all’interno della Resistenza e oggi rete di circa venti organizzazioni sparse in tutta la Francia, ma non solo, unite dai principi dell’Éducation Populaire. È proprio Peuple et Culture che negli anni ’90 ha dato il nome arpentage a questo “metodo” – o meglio “approccio” o, ancora meglio, a questa “intenzione” (come preferisce chiamarlo Laura).

Inoltre, in quei giorni nella capitale francese, Elena ha avuto anche l’occasione di partecipare ad un laboratorio facilitato da Léon di Arpentons e quindi, insieme alla teoria, fare un po’ di pratica. (Googlando “arpentage + Parigi” escono vari eventi in città e dalla nostra ricerca pare proprio che negli ultimi mesi-anni, come confermato da Laura di P&C, si stiano moltiplicando le realtà indipendenti che organizzano specificatamente questo tipo di letture collettive. Lo si capisce già dal nome: Arpentons ha iniziato a proporre i suoi “ateliers d’arpentage & luttes” a febbraio 2026 e il nome sarebbe “Arpentiamo” ovvero il verbo arpenter coniugato alla prima persona plurale mentre un collettivo nato a giugno 2025 si chiama Les Arpenteuses Anonymes. Ovviamente anche P&C organizza regolarmente arpentage, oltre a proporre corsi di formazione su questa pratica di educazione popolare, sia a Parigi che in altre città della sua rete.)

Et donc!

In questo articolo d’approfondimento, la conversazione tra Elena di gioia libera tuttə e Laura di Peuple et Culture, per capire meglio cosa sia l’arpentage ma anche perché – come GLTeam – abbiamo scelto di portare questa “intenzione” dentro Fare parentele, non popolazioni – il percorso ecofemminista a Prato, dal 24 agosto al 15 novembre 2026.

E proprio questa domenica, 6 settembre 2026, il primo Arpentage del programma (e della storia del Centro Pecci)! Per info e iscrizioni: Fare parentele, non popolazioni | Prato Femminista 2026

Fare parentele, non popolazioni è un percorso ecofemminista a Prato, dal 24 agosto al 15 novembre 2026: una Residenza Creativa per un’opera collettiva e nove Laboratori per un Manifesto sul Desiderio del nostro Corpo-Territorio. Scopri il programma ed iscriviti ai laboratori! 🙂

Intervista a Laura Safier — Peuple et Culture

Peuple et Culture: storia, educazione popolare e territorio

Elena (GLTeam): Vorrei partire dalla storia e dalla filosofia della vostra organizzazione, anche perché avete alle spalle una storia molto importante. Peuple et Culture è nata nel 1945, all’interno della Resistenza. Come si porta avanti oggi questa eredità? Come utilizzate la vostra storia nel presente?

Ho letto il motto nel vostro Manifesto del 1945: restituire la cultura alle persone e restituire le persone alla cultura. Mi sembra molto interessante, perché spesso la cultura viene separata dalla vita quotidiana: la si incontra nei musei, nei festival, se ci si può permettere di andarci, oppure a scuola e all’università, ma non necessariamente fuori da questi luoghi.

È come se ci fosse una sorta di binarismo che questo movimento, già ottant’anni fa, voleva decostruire. Oggi però la società in cui viviamo è molto diversa e più complessa, anche per via del mondo digitale. Come integrate tutto questo nella vostra missione?

E, parlando del presente, quali sono le sfide che affrontate oggi e che non esistevano ottant’anni fa? L’éducation populaire sembra vivere una nuova stagione di interesse: secondo te perché? È interessante anche metterlo in relazione al fatto che in Francia l’éducation populaire è riconosciuta dalle istituzioni, riceve finanziamenti pubblici, anche se mi hai appena detto che questi finanziamenti sono diminuiti.

Laura (P&C): Sì. L’anno scorso abbiamo festeggiato gli ottant’anni di Peuple et Culture, quindi abbiamo avuto un intero anno di celebrazioni. Usiamo la parola “movimento” ma potremmo anche dire “rete”: oggi siamo una rete di circa venti organizzazioni in Francia.

Peuple et Culture è nata durante la Resistenza. È stata creata da quattro persone che si erano incontrate durante la Resistenza e che si occupavano di spostarsi tra i maquis. I maquis erano piccoli gruppi di persone che si nascondevano sulle montagne o in altri luoghi per resistere ai nazisti. Queste persone pensavano che, certo, chi faceva parte della Resistenza doveva essere formato all’uso delle armi e prepararsi a combattere contro il nazismo, ma che fosse altrettanto importante continuare a formarsi su altri temi e prepararsi anche a ciò che sarebbe venuto dopo la guerra. Era importante prepararsi a combattere durante la guerra, ma ci sarebbe stato un “dopo”, e bisognava prepararsi anche a quello. 

I quattro fondatori sono Geoffre Dumasier, sociologo; Benigno Caceres, che era più un lavoratore manuale, un artigiano del legno; e poi Paul Langrand e Joseph Roban, arrivati credo un po’ più tardi. Tutto questo affonda le proprie radici nella visione dell’éducation populaire: dobbiamo poter continuare a formarci per tutta la vita. Imparare e formarci non finisce quando usciamo da scuola. E gran parte dell’apprendimento non avviene soltanto a scuola ma anche negli spazi di educazione non formale.

E non si tratta soltanto di conoscenze educative o teoriche ma anche di conoscenze esperienziali. Ogni persona ha la capacità sia di ricevere e apprendere, sia di trasmettere informazioni e conoscenze ad altre persone.

Nell’éducation populaire ci sono forse quattro pilastri fondamentali che citiamo spesso e attorno ai quali costruiamo il nostro progetto: consapevolezza, emancipazione, empowerment (ovvero potenziamento, autodeterminazione) e trasformazione sociale.

Si parte dalla possibilità di essere consapevoli di chi si è, del proprio posto nella società e del posto che si occupa o si vuole occupare nella società. Poi c’è l’emancipazione: la possibilità, individualmente e collettivamente, di emanciparsi dalla posizione o dalla “scatola” in cui si è stati collocati. Poi c’è l’empowerment. E l’obiettivo finale è la trasformazione sociale.

C’è anche una sorta di progressione: si parte dal risveglio, dalla consapevolezza – “ok, io sono qui” – e, passo dopo passo, attraverso l’azione e attraverso intenzioni, azioni e riflessioni, si può arrivare alla trasformazione sociale.

La domanda è: come può una persona, individualmente, avere un impatto sociale? E come possiamo, individualmente ma anche collettivamente, avere un impatto sulla società nel suo insieme?

Il nostro pensiero è inoltre radicato nella lotta contro il fascismo e in valori umanisti. Questo risale agli anni Quaranta. Dopo la guerra, Peuple et Culture e le persone che l’avevano costruita, insieme ad altre organizzazioni, hanno continuato a lavorare in questa direzione.

In Francia ci sono molti movimenti di éducation populaire, come La Ligue de l’Enseignement, Les Francas e altri. Molti sono nati dopo la Seconda guerra mondiale. Hanno radici in una visione simile ma metodi e storie differenti.

Peuple et Culture è oggi radicata a Parigi ma in realtà è nata vicino a Grenoble, nel Vercors, dove operava la maggior parte dei maquis, i gruppi della Resistenza, durante la Seconda guerra mondiale. Inizialmente è stata fondata a Grenoble e poi si è trasferita a Parigi, perché era lì che venivano prese le decisioni politiche.

Non so esattamente quando l’organizzazione si sia trasferita ma credo negli anni Cinquanta. Dopo la Seconda guerra mondiale era anche un momento in cui tutto doveva essere ricostruito e ripensato. Il governo cercava persone capaci di pensare a come ricostruire la Francia. Peuple et Culture e altre organizzazioni furono quindi invitate a partecipare a questo processo, a diversi livelli, e ci fu un dialogo con le persone provenienti da questi movimenti.

Politica e rapporto con le istituzioni

Elena: Quindi, fin dall’inizio, Peuple et Culture ha avuto un rapporto con le istituzioni.

Laura: Sì. E l’idea è che siamo politici… Insomma, tutto è politico, ma non siamo affiliati a partiti o cose del genere.

Elena: P&C è politica ma apartitica, ovvero non partitica.

Laura: Sì, esatto. Non siamo affiliati ad alcun partito politico. Siamo finanziati dal governo, quindi non possiamo certo dire: “dovete votare questo partito o quest’altro”. Ma siamo politici per ciò che sosteniamo e per i nostri valori. Penso alla politica come alla vita della società: uno spazio di confronto, che è anche uno spazio democratico, in cui le persone possono scambiarsi idee, parlare e lavorare insieme per trasformare la società e le disuguaglianze che esistono.

Una rete di organizzazioni indipendenti

Laura: Oggi, a Parigi, abbiamo la nostra sede, che funziona un po’ come organizzazione ombrello per il resto della rete. Ci sono circa venti organizzazioni in Francia, soprattutto nel sud: da Grenoble a Marsiglia, poi in Occitania, a Montpellier e Nîmes, e poi in Bretagna, nella Nouvelle-Aquitaine, vicino a Nantes. Ogni organizzazione è indipendente nel modo in cui lavora e nei progetti che vuole realizzare. Ci riuniamo e uniamo le forze non tanto attorno ai singoli progetti quotidiani, che sono diversi, quanto attorno alle intenzioni che stanno dietro a ciascun progetto. E anche attorno alla nostra storia comune. Abbiamo anche diversi gruppi di lavoro. Per esempio, c’è una commissione cultura che si riunisce una volta al mese.

C’è poi tutto un lavoro su ciò che viene fatto in una delle organizzazioni e su come eventualmente possa funzionare anche in un’altra. C’è un costante confronto e scambio di pratiche. Condividiamo intenzioni e riflettiamo su come intenzioni simili possano essere pensate diversamente con persone diverse, in territori diversi della Francia, e su come determinate esperienze possano essere adattate altrove.

Elena: Un’altra parola importante che ho trovato sul vostro sito web è “territorio”. Ho capito che ogni organizzazione è profondamente radicata nel luogo in cui si trova e lavora quotidianamente con la propria comunità.

Laura: Sì. Naturalmente ogni organizzazione si adatta al proprio territorio. E forse una cosa importante che condividiamo tutti è che i nostri progetti si inscrivono nei principi dell’éducation populaire, ma anche nei diritti culturali.

C’è quindi alla base l’idea della partecipazione della popolazione, degli abitanti delle città e dei luoghi in cui siamo presenti. Tutti i progetti che costruiamo vengono pensati insieme alle persone con cui lavoriamo e sono legati a ciò di cui le persone hanno bisogno, invece di arrivare dall’alto. Cerchiamo di evitare di pensare: “Ok, faremo questo” – rimanendo completamente scollegati da ciò che le persone desiderano e di cui hanno bisogno.

E c’è anche l’intenzione di permettere alle persone di partecipare, quando possibile, alla riflessione sui progetti e alla loro costruzione.

Ricerca, azione e creazione di conoscenza

Elena: Mi sembra evidente che, come organizzazione e come rete, siate sempre in evoluzione. Non siete statici ma dinamici: evolvete nel tempo in relazione alla rete, ai territori e alle persone. Ho visto anche alcune vostre pubblicazioni, documenti scaricabili in PDF, e ho avuto l’impressione che facciate ricerca approfondita e condividiate tutto il vostro lavoro.

Laura: Storicamente c’è stato molto più lavoro di ricerca all’interno di Peuple et Culture, anche perché allora ricevevamo molti più finanziamenti pubblici. Oggi è estremamente difficile ottenere finanziamenti per il lavoro di ricerca. E dobbiamo anche vivere come organizzazione, quindi dobbiamo concentrarci su altre attività. L’ultimo lavoro di ricerca che abbiamo fatto si chiama Recherche Action, cioè ricerca-azione. Non è soltanto ricerca teorica: durante la fase di ricerca c’è anche un’analisi e una sperimentazione concreta del lavoro con le persone.

Elena: E in che anno è iniziata?

Laura: È iniziata nel 2020 ed è ancora in corso. Il nome completo è piuttosto complicato: La Manufacture Croisée de l’Éducation Populaire et des Droits Culturels. Si tratta di capire come i valori e i principi dell’éducation populaire si incontrino e si intreccino con i principi dei diritti culturali: quali sono le corrispondenze, come si possono mettere in relazione e quali equivalenze possiamo trovare tra ciò che difendiamo attraverso l’éducation populaire e ciò che viene difeso nell’ambito dei diritti culturali.

Mobilità, plurilinguismo e transcultura

Elena: Ho trovato molto bello anche Pédagogie du Voyage, un vostro lavoro pubblicato nel 1997.

Laura: Sì. C’è stato molto lavoro sulla dimensione interculturale e sulla mobilità: sul significato del viaggio e su come la mobilità possa essere importante nella costruzione della persona e dellə cittadinə. Abbiamo fatto molta ricerca anche su questo tema, sul viaggio tra esperienza e formazione.

Elena: E parlando di territorio e intercultura: come gestite a Parigi la diversità linguistica? Immagino che, essendo un’organizzazione francese, le vostre attività siano soprattutto in lingua francese. Ma il contesto di Parigi è multiculturale. Avete progetti rivolti anche a persone che non parlano francese?

Laura: A Parigi abbiamo pochissimi progetti rivolti direttamente al territorio parigino, perché il nostro lavoro consiste soprattutto nel funzionare come organizzazione ombrello e nel coordinare il lavoro della rete. Nelle singole organizzazioni, invece, è diverso. Abbiamo, per esempio, un’organizzazione a Marsiglia, che è un luogo fortemente multiculturale, e lo stesso vale per Montpellier e per le altre grandi città in cui siamo presenti. Ci sono quindi molti progetti pensati tenendo conto del plurilinguismo, e di come sia possibile creare ponti tra le lingue e tra le persone anche quando non condividono una lingua comune. Molto del nostro lavoro ruota infatti attorno a pratiche creative: come possiamo utilizzare l’arte e la cultura per mettere in relazione le persone, anche quando non condividono lo stesso background e, a volte, persino quando non condividono una lingua comune.

L’Arpentage

Che cos’è e da dove viene

Elena: Vorrei ora entrare – finalmente – nell’Arpentage. Ho cercato di capire l’origine di questa pratica e ho trovato informazioni non del tutto chiare. Ho letto che si tratta di una pratica popolare che in Francia esiste forse dalla fine dell’Ottocento. È corretto?

Laura: In realtà non abbiamo risposte certe sull’origine dell’Arpentage. È tutto piuttosto sfumato. Quello che sappiamo è che il nome Arpentage è stato scelto negli anni Novanta da una persona volontaria di Peuple et Culture. Questo è ciò di cui siamo sicurə. Ma penso che, dagli anni Novanta in poi, anche il metodo e il modo in cui lo utilizziamo e lo organizziamo siano cambiati.

Di solito dico che l’Arpentage è un’intenzione. C’è un metodo, c’è un modo di farlo ma conta soprattutto l’intenzione che metti dietro alla pratica. L’idea è riunire delle persone attorno a un libro – anche se potrebbe trattarsi di qualsiasi altro media, per esempio un film o qualcos’altro – e condividere ciò che contiene in termini di conoscenza.

Poi si lascia che le persone ne parlino, discutano, dibattano e mettano in relazione ciò che hanno letto collettivamente con la propria vita quotidiana, con le proprie conoscenze e con le proprie esperienze. E così, in questo spazio collettivo e in quel momento, il gruppo può anche creare insieme nuova conoscenza, a partire da una prima base di conoscenza condivisa.

Elena: Chiarissimo. Quindi può essere un libro ma anche un film o altro?

Laura: Sì. È un’intenzione. Puoi immaginarla applicata a moltissime cose. Io l’ho fatto solo con libri ma con libri molto diversi: libri “normali”, narrativa, saggi, fumetti. Puoi davvero immaginarlo in molti modi. Penso però che l’intenzione principale sia riunire le persone attorno a qualcosa, permettere loro di esprimere conoscenze e idee e offrire uno spazio per il dibattito collettivo.

Dalla lettura all’azione

Laura: Nell’éducation populaire è inoltre molto importante collegare sempre la riflessione all’azione. Quindi: stiamo parlando e riflettendo su qualcosa, discutiamo, eccetera. Ma l’idea è anche poi riuscire a prendere qualcosa da questa discussione e capire come poterla utilizzare concretamente.

Per esempio: sei in una riunione e c’è un problema all’interno del tuo gruppo di lavoro. Decidete allora di fare un Arpentage su un libro che parla, diciamo, di come lavorare sull’intelligenza collettiva. Lo fate, le persone ne parlano, riflettono anche su come il tema le riguarda nella loro esperienza personale. E poi arriva la domanda: “Ok, abbiamo parlato di tutto questo. Cosa possiamo mettere in pratica ora, nella nostra vita quotidiana, per affrontare il problema da cui siamo partitə?”

Penso che sia anche questo il motivo per cui l’Arpentage è molto utilizzato negli ambienti femministi e militanti, negli spazi attivisti. Perché sì, stiamo riflettendo su qualcosa, ma l’idea alla base dell’attivismo è l’azione.

Per me l’Arpentage è sempre un primo passo all’interno di un processo più lungo. E questo processo più lungo dovrebbe tendere e arrivare all’azione, o almeno alla riflessione su come fare concretamente per muovere le cose dopo questo primo momento di discussione, confronto e dibattito. E in questo senso torniamo all’éducation populaire: consapevolezza, emancipazione e trasformazione sociale. Il movimento e il cambiamento sono il passaggio finale.

Il nome Arpentage

Elena: E riguardo al nome: quindi è ufficiale? È stato dato negli anni Novanta da qualcunə di Peuple et Culture?

Laura: Sì. Jean-Claude Lucien, militante di P&C. Abbiamo realizzato anche un podcast con lui, nel 2023, in cui spiega un po’ da dove viene l’Arpentage e come è nato il nome. A dire il vero, il podcast è un po’ confuso. È un uomo anziano e quando lo abbiamo incontrato non era facilissimo da capire. Ha circa 85 anni, credo. Lo abbiamo incontrato alcuni anni fa. Lui non ama definire l’Arpentage un metodo o uno strumento. Preferisce parlare di approccio. Io dico “intenzione”. Lui dice “approccio”. Alcune persone parlano di metodo. Penso che ci sia proprio questa idea: l’Arpentage non è qualcosa di fisso. Ma qualcosa di sfumato e in movimento.

A volte questo può rendere difficile comprenderlo esattamente… Ma penso che sia anche positivo vederlo in questo modo, perché rende più facile per le persone appropriarsi della pratica liberamente e utilizzarla secondo i propri termini, bisogni e desideri.

Elena: E cosa significa questa parola?

Laura: La parola arpentage, in francese, indica innanzitutto l’azione di misurare la superficie di un terreno, secondo l’antica unità di misura dell’arpento. Da qui deriva il verbo arpenter, che significa sia “misurare un terreno” che, per estensione, “percorrere a grandi passi” uno spazio. È proprio a questa duplicità che facciamo riferimento per spiegare la scelta del termine: da una parte la misurazione, la delimitazione e il tracciamento dei confini di un terreno; dall’altra il movimento dell’esplorarlo, percorrerlo, attraversarlo. Nell’arpentage come pratica di lettura, il libro diventa allora un terreno da esplorare insieme. Ognunə ne percorre una parte, poi torna al gruppo e mette in comune ciò che ha incontrato: le proprie interpretazioni, esperienze, domande e associazioni. L’arpentage è così un punto di partenza, un momento di apertura per parlare di qualcosa: il libro avvia la conversazione, ma non la contiene. Il resto continua a circolare tra le persone che partecipano e, attraverso lo scambio di idee ed esperienze, si costruisce nuovo sapere, in modo collettivo, circolare e orizzontale. Il terreno del libro, quindi, non coincide più con le sue pagine. Lo si percorre, si esce dai suoi confini, si torna dentro e si esplora ciò che sta intorno: la nostra vita, le nostre esperienze, il mondo che abitiamo. Anche in questo senso il nome arpentage sembra contenere già la pratica che indica: non soltanto misurare un terreno ma attraversarlo.

L’Arpentage non appartiene a Peuple et Culture

Elena: Quindi non siete infastiditi dal fatto che oggi venga utilizzato da molte persone, anche in Italia?

Laura: No, al contrario. L’obiettivo è proprio che le persone possano utilizzarlo. Non c’è assolutamente alcuna proprietà intellettuale o qualcosa del genere.

Elena: Non appartiene a P&C.

Laura: Esatto. Al contrario, mi sembra che funzioni molto bene proprio quando si diffonde anche fuori dalla Francia. È quello che speriamo. Quando le persone mi chiedono quali siano le origini e la storia dell’Arpentage, a volte dico: “È un metodo di Peuple et Culture”. Ma poi mi correggo perché penso subito: no, non è di Peuple et Culture. Penso che Peuple et Culture abbia contribuito a renderlo conosciuto e a diffonderlo in diversi luoghi. Ma non posso dire che lo abbiamo creato o inventato noi. Separare un libro e parlarne insieme… non possiamo certo dire di aver inventato questo! Forse quello che abbiamo inventato è il modo in cui lo facilitiamo, il modo in cui lo presentiamo, eccetera. Ma c’è anche l’intenzione di avere qualcosa di facilmente accessibile, che si possa organizzare facilmente e che possa quindi essere utilizzato dal maggior numero possibile di persone.

L’origine operaia: storia o leggenda?

Elena: Ho letto in un articolo che le origini dell’Arpentage possono essere rintracciate nelle fabbriche dell’Ottocento: gli operai si riunivano attorno a un libro e lo dividevano per condividere la lettura e il costo. Tutti leggevano una parte e poi raccontavano al gruppo ciò che avevano letto. È davvero questa l’origine?

Laura: Personalmente non lo so. Sono sicura che le persone si riunissero nelle fabbriche per leggere libri. Ma il modo in cui a volte viene raccontata questa storia – le persone con la candela che leggono il libro insieme – mi sembra un’origine un po’ romanticizzata. Questa è una mia opinione personale. Sono sicura che nelle fabbriche ci fossero letture pubbliche e collettive. Ma non direi che l’Arpentage abbia le proprie radici negli operai che leggevano di notte e dovevano condividere un libro perché non avevano abbastanza soldi per comprarne diversi. Non sono sicura che il motivo per cui oggi tagliamo il libro per leggerlo insieme, abbia questa origini. Ma possiamo pure lasciare la risposta all’immaginazione.

Elena: Quindi non esiste documentazione storica che dimostri questo collegamento?

Laura: No, al momento non abbiamo documentazione storica che lo dimostri. Forse esiste da qualche parte. Abbiamo provato a fare una ricerca e qualche anno fa una delle nostre persone volontarie ha fatto un lavoro piuttosto ampio sull’Arpentage. È in francese, ma posso mandartelo.

Perché tagliare fisicamente il libro?

Laura: È comunque una storia affascinante. E penso che, a volte, l’immaginazione funzioni meglio. Inoltre, questa storia crea un senso di appartenenza attorno alla pratica. E in fondo è anche così che funzionano le cose.

Per me, la prima volta che ho avuto esperienza di un libro materialmente tagliato è stata attraverso l’Arpentage e Peuple et Culture. E penso che sia così per molte persone. Quando facilito un Arpentage e il libro viene tagliato, spesso le persone reagiscono dicendo: “Wow, cosa sta succedendo!?” – È qualcosa che può di fatto scioccare.

Credo che ci sia anche questa idea originaria: l’oggetto libro è fortemente sacralizzato, almeno in Francia e, più in generale, nella cultura occidentale. E quindi c’è anche il tema della desacralizzazione. Non soltanto la desacralizzazione dell’oggetto libro ma anche quella dell’accesso alla conoscenza.

Penso che sia importante avere anche una modalità fisica di fare le cose. Crea un senso di condivisione materiale. Potrebbe sembrare: “Ok, ma chi se ne importa? Possiamo semplicemente avere un libro ciascunə”. Invece così, inconsciamente, condividere le pagine di un libro in questo modo con il resto del gruppo crea già un’esperienza comune. E alla fine, quando si rimettono insieme le pagine – spesso con le varie sottolineature, annotazioni e calligrafie di tutte le persone scritte sopra – si crea una sorta di opera condivisa che trovo molto bella.

Elena: E come tagliate il libro, di solito? Con le mani?

Laura: Alcune persone usano un coltello o un taglierino. Io lo faccio semplicemente con le mani ma in realtà dipende dal libro: alcuni sono più facili da tagliare, altri molto meno. Una volta, per fortuna, unə partecipante aveva con sé un piccolo coltello e ci ha salvatə! A volte, solo con le mani, può risultare in effetti abbastanza difficile.

La scelta dei libri

Elena: Navigando su internet ho avuto l’impressione – forse sbagliata, perché tu mi hai già detto qualcosa di diverso – che gli Arpentage siano soprattutto organizzati attorno a libri pesanti, difficili. Come se fosse un modo per affrontare collettivamente una conoscenza che da solə forse ci sembra troppo impegnativa e allora insieme, distribuendo il carico, si affronta meglio.

Per esempio, cercando laboratori a Parigi in questa settimana che sono qui, ho trovato un Arpentage su un testo di Frantz Fanon e un altro sull’origine coloniale-razzista dell’istituzione della polizia, con la domanda ahimè utopica: “Possiamo vivere in una società senza polizia?” – Per quello che ho visto finora, sono sempre saggi impegnati e temi politici complessi. Non ho trovato Arpentage su un romanzo o qualcosa del genere. E quindi mi è sembra una pratica molto legata all’attivismo, anche per la scelta dei libri. Nel nostro caso, per esempio, nei laboratori di lettura collaborativa che abbiamo organizzato e che organizzeremo, abbiamo scelto e scegliamo libri femministi. Chiedo quindi: esistono anche altre forme di Arpentage che avete sperimentato o che promuovete, più “leggere”, in cui l’intenzione sia semplicemente condividere un momento di lettura insieme e creare un dibattito, senza necessariamente chiarire una posizione politica?

Laura: Penso che sia sempre la stessa cosa: dipende dalle intenzioni. A volte il libro è semplicemente un punto di partenza. “Ok, vogliamo parlare di questo argomento. Partiamo da questo libro, dalle conoscenze che esistono al suo interno, e poi apriamo il dibattito e la conversazione”. A volte invece il gruppo dice: “No, vogliamo semplicemente leggere questo libro e parlare di questo libro”. Quindi dipende davvero dal gruppo e dalle intenzioni dichiarate e condivise. Personalmente, non voglio dire che il libro non sia importante, ma non è la cosa più importante. La cosa più importante sono le intenzioni che metto dietro/dentro a un Arpentage.

L’Arpentage è davvero un punto di partenza, un momento di apertura per parlare di qualcosa. Apre e avvia qualcosa ma poi il resto della conversazione continua a circolare, nutrita dalle persone che partecipano. Dal loro scambio di idee ed esperienze si costruisce nuovo sapere, in modo circolare ed orizzontale. Così il libro smette di essere un oggetto individuale e diventa uno spazio da attraversare insieme, un terreno da misurare, appunto, ma anche da cui vagare, esplorando i suoi confini e magari cosa c’è anche fuori dalle sue pagine, nella nostra vita. Come indica la parola Arpentage stessa – come dicevamo prima – con il suo duplice significato.

Quando l’Arpentage “non funziona” come previsto

Elena: Ti racconto una cosa che è successa durante una nostra esperienza. Avevamo preparato un programma che alla fine non ha funzionato come previsto, perché abbiamo lasciato che la conversazione si sviluppasse e, alla fine, ha occupato la maggior parte del tempo. Il nostro piano era leggere l’intero libro — circa 300 pagine di saggi — e poi, nel pomeriggio, scrivere un manifesto. Alla fine abbiamo passato l’intera giornata a leggere soltanto metà del libro. Avremmo potuto essere più rigide con i tempi e ne abbiamo discusso. Cosa è “giusto” fare? Perché comunque se facciamo una proposta, quella di leggere insieme un determinato libro, le persone vengono per quella proposta, vogliono leggere quel libro. Avremmo voluto rispettare il programma e forse anche l’intenzione e l’interesse delle persone che hanno deciso di partecipare, le loro aspettative, pensiamo. Ma ci siamo fatte prendere dalla conversazione. Alla fine, avevamo letto solo metà del libro. Abbiamo fallito? D’altra parte, però, avevamo condiviso molti pensieri. E abbiamo anche riconosciuto il fatto che non puoi sapere come funzionerà un gruppo finché il gruppo non si fa e crea. È stato anche bello vedere come il gruppo, appunto, prendesse vita e forma autonomamente. Questa però è la domanda che ci siamo poi fatte: abbiamo comunque fatto un Arpentage oppure no? Perché non abbiamo mantenuto la promessa del programma.

Laura: Ecco, penso che sia proprio qui che torna l’idea dell’Arpentage come qualcosa di fluido.

Il ruolo della facilitazione

Elena: Un altro aspetto sul quale ci siamo interrogate riguarda il ruolo della facilitatrice. Non siamo sicure di quanto debba coordinare, intervenire, moderare. Deve semplicemente coordinare e moderare? Può condividere il proprio punto di vista o meglio non influenzare il gruppo e condizionare troppo lo sviluppo della conversazione? Deve aver letto il libro? O non importa? Deve essere preparata a rispondere alle domande e a chiarire eventuali dubbi? Alla base di un Arpentage, c’è l’idea di una circolazione orizzontale della conoscenza ma pensiamo sia comunque importante moderare e allora ci chiediamo quali competenze debba avere la facilitatrice: per esempio, per gestire eventuali i conflitti e rendere la conoscenza accessibile a tutte le persone, perché non tutti hanno lo stesso livello di conoscenza per ogni tema e una parola può essere compresa in modi diversi.

Laura: Un Arpentage non è una lezione sul libro. Quando vedi la parola Arpentage, l’idea non è che ci sia un professore che dice verticalmente al gruppo: “Questo è ciò che l’autore voleva dire”. Penso sia difficile per molte persone della nostra cultura comprendere che possano esistere spazi di questo tipo. A scuola, in Francia, la trasmissione della conoscenza è molto verticale. Non so se in Italia sia la stessa cosa. Le persone sono quindi abituate a pensare che la conoscenza sia verticale, dall’alto al basso. E, anche quando si cerca conoscenza, si cercano risposte invece di nuove domande, e risposte dirette. Nell’Arpentage, invece, penso che la conoscenza venga costruita anche attraverso le domande, le ipotesi, il dubbio e l’incontro con altri punti di vista. Potresti non avere risposte dirette durante un Arpentage. Per questo, per me, l’Arpentage è spesso un primo passo all’interno di un processo più lungo di riflessione e di azione.

Bisogna quindi essere chiare con il gruppo fin dall’inizio: “Ok, non uscirete da questo spazio con tutte le risposte e con una conoscenza completa al cento per cento del libro”. Perché non è questo l’obiettivo dell’Arpentage. Se vuoi sapere tutto di quel libro, puoi leggerlo. Puoi incontrare l’autrice. Ci sono altri modi. Ma quello è un altro obiettivo. Quindi bisogna essere chiare sugli obiettivi.

La facilitatrice deve aver letto il libro?

Laura: Personalmente, spesso non leggo il libro prima dell’Arpentage.

Elena: Non lo leggi?

Laura: No. Perché quando l’ho letto, se le persone fanno domande o mettono in dubbio ciò che stanno leggendo, io tendo a voler dare una risposta. Perché se conosco la risposta – avendo letto l’intero libro – ho più conoscenze rispetto al resto del gruppo, che ha letto soltanto una parte. In questo modo, anche se le letture vengono condivise, si crea una sorta di gerarchia tra la facilitatrice e il gruppo. E questo non è nella natura e volontà dell’Arpentage.

La facilitatrice non è lì per dare risposte sul contenuto o per costruire la conoscenza al posto del gruppo. È lì per facilitare lo spazio. Facilitare la circolazione della discussione, assicurarsi che le persone si sentano al sicuro nello spazio, che tutte possano parlare se vogliono, che non ci sia una persona che parla sopra o più di tutte le altre. Sono, in fondo, competenze basilari di moderazione e facilitazione di un gruppo. E anche il controllo del tempo è importante. Ma penso sia importante anche accettare che l’Arpentage non sia qualcosa di fisso. È fluido.

A volte riuscirai ad attraversare tutte le fasi, altre volte non avrai il tempo di finirlo. E non importa. Bisogna accettare che non avrà sempre esattamente la stessa forma. Se l’obiettivo è offrire uno spazio di dibattito e di confronto, permettere alle persone di esprimersi su un tema e condividere punti di vista, allora, se riesci a fare questo, hai già fatto qualcosa di importante.

La facilitatrice non deve avere le risposte. E, se vuoi, può anche partecipare all’Arpentage: non è necessario aver letto il libro in anticipo. Puoi leggere una parte insieme al gruppo e facilitare e partecipare allo stesso tempo.

Elena: Nella tua esperienza hai mai partecipato ad un Arpentage in cui la facilitatrice aveva già letto il libro e non partecipava alla lettura?

Laura: Sì. Molte persone, quando iniziano a facilitare, vogliono aver letto il libro perché pensano: “Le persone faranno delle domande. A chi le faranno? Alla facilitatrice, perché è lei che sta animando lo spazio”. Ma penso che sia importante essere chiare rispetto al proprio ruolo e spiegare all’inizio dell’esperienza che cosa si farà insieme e cosa farà lei come facilitatrice. E, ancora una volta, quando non si tratta di un gruppo stabile ovvero che si ritrova regolarmente, con le stesse persone, mi piace dire: “Questa è una sperimentazione”. È uno spazio per sperimentare un nuovo modo di leggere ed incontrare persone attorno a questa intenzione, approccio, metodo.

E se il gruppo è stabile?

Elena: E se invece non è una sperimentazione? Stavo pensando ai gruppi di lettura che utilizzano l’Arpentage: lo stesso gruppo, più o meno le stesse persone, che si incontrano una volta al mese, ad esempio. Avete mai organizzato qualcosa del genere?

Laura: Abbiamo lavorato con un gruppo di dieci giovani, tra i 15 e i 17 anni. Abbiamo letto un libro attraverso un percorso di cinque Arpentage: lo stesso libro, ma ogni volta una parte diversa. Era un programma di sei mesi.

Ele: Anche in questo caso il modo di facilitare è più o meno lo stesso?

Laura: Sì. Ma penso che, quando hai un gruppo stabile, sia interessante soprattutto quando è il gruppo a scegliere il libro che vuole leggere e il tema di cui vuole parlare.

Accessibilità economica

Ele: Di solito, quanto costa partecipare ad un Arpentage? Ho visto alcuni eventi a Parigi in cui si chiede una donazione libera, suggerendo magari un’offerta base di 10 euro, ad esempio. 

Laura: Dipende. Noi facilitiamo Arpentage in uno spazio culturale di Parigi, La Maison des Métallos, proprio accanto ai nostri uffici. Lo organizzano una volta al mese e noi lo facilitiamo. È uno spazio con una programmazione culturale – teatro, danza e molte altre cose – e credo che abbia un prezzo fisso, circa cinque euro per un incontro di tre ore. Ma in altri spazi in cui facilitiamo, l’accesso per il pubblico è a volte gratuito perché il costo è sostenuto dall’organizzazione che ospita l’evento.

La recente diffusione dell’Arpentage

Elena: Ho l’impressione che l’Arpentage stia crescendo molto, soprattutto a Parigi. È qualcosa di comune in Francia? Lo vedete crescere anche in altre città in cui siete presenti con la vostra rete?

Laura: Io lavoro in Peuple et Culture da quattro anni e, prima di arrivare qui, non avevo mai sentito parlare di Arpentage. Vengo dalla zona di Parigi ma non da Parigi. Quando sono arrivata in Peuple et Culture, le persone parlavano dell’Arpentage ma non molto. Negli ultimi due o tre anni, invece, c’è stato un interesse davvero grande attorno a questa “vecchia” pratica. Ci sono stati vari articoli e servizi sui media. France Culture, che è una delle radio più importanti in Francia, ha intervistato un mio collega. Ci sono stati alcuni articoli su Télérama, Politique e altre testate. Insomma, negli ultimi due o tre anni c’è stata una certa attenzione mediatica.

Io sono arrivata quattro anni fa e praticamente ancora nessunə ne parlava. La crescita è arrivata negli ultimi anni, dopo il Covid, soprattutto nel 2023 e nel 2024. Non so, penso che oggi ci sia anche un desiderio delle persone di incontrarsi e di poter fare cose insieme. La lettura è conosciuta soprattutto come una pratica culturale individuale, qualcosa che fai da sola. E penso che ci sia sempre più bisogno, nelle persone, di incontrarsi e fare cose insieme. E soprattutto – almeno nel nostro ambiente e considerando tutto quello che sta succedendo nel mondo, come la crescita del fascismo e così via – c’è anche una sorta di urgenza di riunirsi, discutere e aprire spazi democratici.

Penso che sia così che lo interpreto. Non so se sia giusto o sbagliato, ma è la mia analisi. È un modo di mettere insieme le persone per tre ore attorno alla costruzione di conoscenza, alla condivisione di pensieri e alla produzione di sapere comune.

L’apertura delle istituzioni a metodi più orizzontali

Elena: Il modo in cui è strutturata la vostra organizzazione e anche il metodo dell’Arpentage mi hanno fatto pensare alla sociocrazia. Secondo te Peuple et Culture utilizza metodi sociocratici in generale? Vedi una connessione?

Laura: Penso che siano intrecciati. È una questione di come si riuniscono le persone, di come si prendono decisioni e di come si lavora collettivamente.

Elena: C’è anche un altro elemento che trovo interessante. L’anno scorso, mi dicevi, siete stati contattati dall’Éducation Nationale per formare degli insegnanti all’Arpentage?

Laura: Sì. Siamo stati contattati dal sistema educativo formale francese, da un’Academie di Lille, nel nord della Francia, per formare gli insegnanti all’Arpentage. Anche dentro le istituzioni, inizia ad esserci questo nuovo interesse per metodi educativi diversi, più orizzontali; non necessariamente “nuovi” nel senso di innovativi ma nuovi per il sistema educativo formale.

Elena: Ovvero avete formato insegnanti in modo che questi possano utilizzare questi metodi poi nelle scuole?

Laura: Sì, nelle scuole, nei lycée, quindi con ragazze e ragazzi tra i 15 e i 18 anni.

Elena: Quindi oggi avete meno finanziamenti pubblici ma in qualche modo rispondete ad una nuova richiesta ed apertura anche delle istituzioni verso metodi educativi più orizzontali. Esiste allora una necessità di cambiare il modo in cui viene trasmessa la cultura non solo negli ambienti attivisti ma anche in quelli istituzionali. E questa è una buona notizia!

Laura: Sì, esattamente.

Il territorio e l’est di Parigi

Elena: Da quello che ho osservato, sulla mappa, la sede della vostra associazione Peuple et Culture, quella di un’altra organizzazione che si occupa sempre di educazione popolare, ma molto più giovane, dal 2013, Ressources Alternatives e il luogo dove andrò tra tre giorni per partecipare al mio primo Arpentage parigino, condotto da Léon di Arpentons, ovvero Le Café de La Ressource de Belleville, sono tutti nella parte est di Parigi. Lo trovo interessante. Conosco (e adoro) questa parte della città: storicamente è più legata alla classe operaia, alle persone migranti e a una cultura più aperta alla sperimentazione. Mi chiedevo quindi se la mia impressione fosse corretta, rispetto a questa parte di Parigi, e alla connessione con il movimento che promuovete.

Laura: Sì. E in realtà c’è una ragione precisa. Parigi è fatta così: qui c’è la Senna, qui c’è Montreuil – credo che Ressources Alternatives sia a Montreuil – e noi siamo qui – [dice Laura mentre disegna sul suo quaderno di appunti una sorta di mappa]. Penso che, storicamente, sia perché qui c’erano le fabbriche. E il vento soffia in questa direzione. Quindi tutti i fumi delle fabbriche andavano verso est. Le persone ricche vivevano a ovest, dove non c’erano fabbriche e quindi non arrivavano i fumi. Per questo, storicamente, questa parte della città è diventata più povera, più sociale e oggi più di sinistra rispetto a quest’altra.

Ele: Davvero interessante, non lo sapevo!

Laura: L’ho scoperto anch’io qualche mese fa e ho pensato: “Wow, quindi c’è una spiegazione per tutto”. E spesso basata sul capitalismo, voglio dire.

Ele: La risposta è sempre la stessa, sì.

Laura: Sì, esatto. La risposta, la causa, la ragione… non so.

Formare nuove persone alla facilitazione

Elena: Ancora un paio di curiosità in merito al vostro lavoro. Voi facilitate gli Arpentage e formate anche persone che vogliono diventare facilitatrici?

Laura: Sì.

Elena: E la formazione quanto dura?

Laura: Circa due giorni. La prossima formazione a Parigi sarà a dicembre. Ne abbiamo una a Montpellier ad agosto, credo. Posso mandarti le date.

Ele: Grazie. E naturalmente sono formazioni in lingua francese.

Laura: Sì.

L’Entraînement Mental

Elena: Abbiamo parlato soprattutto dell’Arpentage ma P&C utilizza molti altri metodi educativi come è possibile leggere nel vostro sito… ti va di parlarmi un po’ di un altro progetto? Scegli tu quale.

Laura: Penso a un altro metodo che è storicamente legato a Peuple et Culture. E di questo sappiamo per certo che è stato inventato da Peuple et Culture! Si chiama Entraînement Mental.

Elena: Entraînement Mental, quindi “allenamento mentale”.

Laura: Sì. Può sembrare un po’ woo-woo ma l’idea dell’Entraînement Mental è come pensare nella complessità. Si parte da una situazione complessa e insoddisfacente, che si vuole cercare di risolvere, e si intraprende un intero processo di riflessione. È articolato in quattro fasi. Io non sono assolutamente un’esperta di Entraînement Mental ma so che ci sono quattro diverse fasi. L’idea è, per esempio, che quando fai sport, giochi a calcio, ti alleni per giocare a calcio. Allo stesso modo, dovresti poter allenare il pensiero: devi allenarti a pensare correttamente, a non dire semplicemente “questa cosa non va bene, allora faccio questo” e prendere una decisione affrettata. Devi invece fermarti, analizzare l’intera situazione, prendere in considerazione tutti gli elementi.

Elena: Quindi ci sono quattro fasi diverse per analizzare la situazione?

Laura: Sì, con diversi passaggi per analizzare le differenti prospettive, le informazioni e così via. È anche un modo per capire come costruire un processo di pensiero, invece di prendere decisioni affrettate. Questo metodo è stato utilizzato storicamente molto all’interno di Peuple et Culture. E quello che stiamo scoprendo oggi è che, con tutta la quantità di informazioni da cui siamo continuamente bombardatə, le persone spesso guardano qualcosa e pensano: “Ok, è così” e non riflettono oltre. C’è quindi tutta una riflessione su come prendersi il proprio tempo e attraversare un intero processo prima di prendere una decisione. E poi prendere decisioni e agire di conseguenza. Non so se è chiarissimo, posso inviarti qualcosa al riguardo.

Elena: E in che periodo è stato studiato questo metodo, più o meno?

Laura: Credo negli anni Cinquanta.

Ele: Wow.

Laura: Sì, risale a molto tempo fa. E stiamo ricevendo sempre più richieste anche per formare persone all’Entraînement Mental.

Perché oggi l’Éducation Populaire torna a interessare?

Laura: Penso che l’Éducation Populaire sia stata davvero molto importante negli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta. Poi c’è stato un declino. C’era anche tutta una riflessione, all’interno di Peuple et Culture, sul tempo libero: cosa fai nel tuo tempo libero?

Storicamente, le persone erano più politicizzate e il tempo libero non era pensato semplicemente come consumo ma veniva maggiormente utilizzato per uno scopo, per qualcosa. Penso che questo sia progressivamente diminuito e cambiato, oggi il tempo libero viene pensato molto più in termini di svago, divertimento e così via. E, secondo me, è diminuita anche la politicizzazione delle persone.

Ora però, forse, con tutto quello che sta succedendo nel mondo, c’è di nuovo una maggiore consapevolezza del fatto che qualcosa non sta andando bene e ci si chiede: come possiamo ricostruire collettività e attivismo anche nel nostro tempo libero? E penso che sia forse questo il motivo per cui pratiche come l’Arpentage stiano iniziando a interessare nuovamente le persone.

Forse è una generalizzazione fatta in un minuto, ovviamente c’è stato ed è in corso un processo complesso: le cose andavano meglio negli anni Ottanta e poi non più… – almeno dal nostro punto di vista europeo.

Oggi viviamo nella policrisi o in una crisi sistemica globale. E quindi questi metodi che consistono nel riunirsi, pensare insieme e capire cosa possiamo fare collettivamente stanno forse suscitando più interesse di quanto ne suscitassero qualche anno fa.

Elena: E questo dà speranza.

Laura: Sì. Anche se, ancora una volta, temo di vivere un po’ nella mia piccola bolla.

Ele: Sì, capisco cosa intendi.

Fine intervista: merci beaucoup et à bientôt!

Elena: Bene, grazie davvero, Laura. È stato un incontro molto appassionante e stimolante.

Laura: Se avrai altre domande, puoi sempre scrivermi via email.

Elena: Grazie. Penso che abbiamo parlato più o meno di tutto ciò che volevo affrontare. Ma se puoi mandarmi del materiale, anche se è in francese, sarò felice di riceverlo e magari nel tempo approfondire i vari spunti emersi… che sono tantissimi! Intanto, spero di tradurre in italiano questa nostra conversazione nel modo più corretto possibile. Grazie ancora, di cuore, da parte mia e di tutto il GLTeam! A presto.

P.S. 📚

I LIBRI che leggeremo insieme nei sei incontri Arpentage di Fare parentele, non popolazioni dal 6 settembre al 15 novembre 2026, a Prato:

  1. E se fossimo la natura? Manuale per la transizione ecologica rivolto agli insegnanti – Hubert Mansion, Isabel de Maurissens, Mélusine Martin (Meltemi, 2025) | pp. 114
  2. Cosa può un compost. Fare con le ecologie femministe e queer – Antonia Anna Ferrante (Luca Sossella, 2022) | pp. 128
  3. Il femminismo o la morte. Il manifesto dell’ecofemminismo – Françoise d’Eaubonne (scritto nel 1974; Prospero, 2022) | pp. 432
  4. Animali si diventa. Femminismi e liberazione animale – Federica Timeto (Tangerin, 2024) | pp. 210
  5. Sorellanza. Femminismo e Antispecismo – Martina Miccichè (il Saggiatore, 2026) | pp. 276
  6. Ecologia mestruale. Guida intuitiva per la cura e la fioritura del tuo ecosistema – Anna Buzzoni (Mimesis, 2025) | pp. 180
  7. Glitter su compost. Breviario di ecofemminismo quotidiano – Myriam Bahaffou (effequ, 2026) | pp. 200
  8. Terricidio. Saggezza ancestrale per un mondo alternativo – Moira Millán (Tangerin, 2026) | pp. 168
  9. Il fungo alla fine del mondo. La possibilità di vivere nelle rovine del capitalismo – Anna Lowenhaupt Tsing (Keller, 2021) | pp. 414
  10. Making Kin. Fare parentele, non popolazioni – A cura di Adele Clarke e Donna Haraway (DeriveApprodi, 2022) | pp. 240

ISCRIZIONI ONLINE su Eventbrite!

INFO e PROGRAMMA completo invece su www.gioialibera.it (qui): trovi gli eventi in CALENDARIA e gli articoli di approfondimento (che pubblicheremo durante questo percorso ecofemminista, da agosto a novembre 2026) nella GUIDEZINE – LUNARIO.

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