Una domanda alla Fondazione Cassa di Risparmio di Prato: cosa ha generato quella giornata?

A un anno dalla giornata di lavoro comune intitolata “Cultura ri-genera comunità”, ci chiediamo cosa abbia effettivamente generato quell'incontro che ha riunito oltre 130 persone e visto il contributo di 46 realtà culturali del territorio.

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PREMESSA

Questo articolo segue un percorso di critica femminista che abbiamo iniziato a condividere sulla nostra guidezine nel giugno 2025. Una riflessione che, nel corso dell’ultimo anno, ha incontrato più volte le iniziative della Fondazione Cassa di Risparmio di Prato e il suo modo di intendere la cultura, la partecipazione e il rapporto con il territorio:

  • 6 giugno 2025, Liberə, non coraggiosə. Una critica guastafeste: la nostra critica alla prima edizione di Seminare Idee Festival promosso da Fondazione Cassa di Risparmio di Prato;
  • 4 settembre 2025, La cultura è di tuttə e non è una sola: il nostro contributo, gratuito, alla “chiamata a raccolta” resa nota da Fondazione Cassa di Risparmio di Prato e Centro Pecci con il comunicato stampa del 21 luglio 2025;
  • 24 settembre 2025, La cultura della cura: perdersi nella foresta: il nostro intervento alla sessione “Cultura e Cura” della Giornata di lavoro comune “Cultura ri-genera comunità” organizzata dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Prato e tenutasi al Centro Pecci in data 17 settembre 2025.

È in questa continuità che nasce la domanda che poniamo oggi.

A un anno dalla giornata di lavoro comune intitolata “Cultura ri-genera comunità”, ci chiediamo cosa abbia effettivamente generato quell’incontro al Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci che, il 17 settembre 2025, ha riunito oltre 130 persone e visto il contributo di 46 realtà culturali del territorio.

gioia libera tuttə era tra quelle realtà. Per noi è stata un’occasione per portare dentro uno spazio istituzionale domande e riflessioni maturate attraverso teorie e pratiche femministe.

Il nostro intervento iniziava così:

Israele sta commettendo un genocidio a Gaza con la complicità dell’Occidente, incluso il nostro Stato. E noi siamo qui, a parlare di cura. Ci sentiamo a disagio in questo privilegio, stiamo male in questa impotenza. Voi come state? Come vi sentite? Noi, come abbiamo scritto nel nostro contributo gratuito in risposta a questa iniziativa – pubblicato il 4 settembre su www.gioialibera.it, dal titolo “La cultura è di tuttə e non è una sola” – siamo arrabbiate e senza fiducia: non abbiamo più alcuna fiducia nelle istituzioni.

In quattro minuti abbiamo provato a condividere una prospettiva femminista sul rapporto tra cultura, potere e comunità. Ispirate in particolare dalla lettura di Ecologie della cura. Prospettive transfemministe (raccolta di saggi curata da Maddalena Fragnito e Miriam Tola e pubblicata da Orthotes nel 2021), abbiamo parlato della cura come lavoro invisibilizzato, non riconosciuto e non valorizzato, ma essenziale alla vita. Chi pulisce le case? Chi pulisce i musei? Chi pulisce le strade? Chi pulisce gli spazi che abitiamo e attraversiamo?

“Chi pulisce il mondo?” si chiede la politologa e femminista decoloniale Françoise Vergès che abbiamo scelto di citare nel nostro breve intervento per interrogare il museo pubblico – “invenzione e pilastro della cultura occidentale” – da una prospettiva non soltanto femminista ma anche decoloniale. Abbiamo provato così ad aprire alcune domande sul ruolo delle istituzioni culturali, sugli spazi che producono e sulle relazioni che possono – oppure non possono, o non vogliono – generare.

Dopo quella giornata abbiamo pubblicato il nostro intervento su questo sito, nell’articolo “La cultura della cura: perdersi nella foresta“. Lo abbiamo fatto per tenere traccia di quella riflessione e farla continuare a circolare, anche fuori dal “centro”, anche a microfoni spenti.

E poi cosa è successo?

Questa è la domanda che ci facciamo oggi. Quella giornata ci sembrò aver stimolato davvero qualcosa di comune, il desiderio di avviare un processo insieme, l’intenzione di creare le condizioni per favorire una coprogettazione possibile… anche se, onestamente, conoscendo un po’ come funzionano le istituzioni, abbiamo sempre conservato il dubbio, temendo finisse tutto lì, in un teatrino. Ma alla fine dell’incontro e nelle settimane successive sembrava essersi aperta una reale possibilità di costruire un percorso collettivo.

Il 19 dicembre 2025, infatti, la presidente della Fondazione Diana Toccafondi scrisse una lettera via mail alle realtà che avevano partecipato, riconoscendo che il confronto aveva fatto nascere nuove sinergie tra soggetti che ancora non si conoscevano e indicando alcuni possibili passi da fare insieme.

Il primo riguardava un nuovo incontro nel febbraio 2026, per tornare sui temi della pluralità e dell’attenzione alle giovani generazioni.

Il secondo era l’ipotesi di un’attività condivisa intorno alla seconda edizione di Seminare Idee Festival, prevista dal 5 al 7 giugno 2026, con l’obiettivo dichiarato di dare maggiore visibilità alle progettualità culturali in corso e favorire una maggiore capacità di fare rete.

Il terzo, a nostro avviso un’idea molto bella e utile, riguardava la costruzione di una piattaforma informatizzata condivisa per mettere in relazione le realtà culturali del territorio e creare le condizioni per eventuali esperienze di coprogettazione.

La lettera-mail parlava quindi della volontà di discutere con le realtà partecipanti alcune ipotesi concrete. Non ci sembrarono parole di circostanza o almeno così ci piaceva pensare. Le abbiamo intese come l’annuncio di un percorso che avrebbe avuto davvero un seguito, tanto da rispondere ringraziando per l’aggiornamento e apprezzando molto l’intenzione.

Quel seguito, però, almeno per noi, non c’è più stato.

Un anno dopo

Nel frattempo la seconda edizione di Seminare Idee Festival si è svolta, dal 5 al 7 giugno 2026. Ma del percorso annunciato a dicembre non abbiamo saputo più nulla. Nessun nuovo incontro ci ha coinvolte. Nessun aggiornamento sulla piattaforma. Nessuna proposta di coprogettazione è arrivata a gioia libera tuttə.

E qui facciamo una precisazione: non pensiamo che la Fondazione abbia il dovere di invitare gioia libera tuttə a ogni iniziativa che organizza. Il punto non è questo.

Il punto è che, dopo aver convocato decine di realtà culturali per parlare di comunità, pluralità, rete e coprogettazione, ci saremmo aspettate che quel confronto generasse un seguito pubblico, condiviso e quindi verificabile.

Noi di piattaforme digitali ne sappiamo qualcosa. gioia libera tuttə, progetto ideato e realizzato da CCT studio, è anche un’infrastruttura digitale che raccoglie e racconta realtà femministe in tutta Italia attraverso la mappatura dell’Italia Femminista. Per questo sappiamo che una piattaforma non si costruisce con un clic: richiede progettazione, sviluppo, manutenzione, lavoro editoriale e risorse. Ma sappiamo altrettanto bene che, quando esiste la volontà e ci sono le risorse per sostenerla, può essere realizzata. E qui entra in gioco la responsabilità di chi quella piattaforma aveva annunciato.

Nella lettera del 19 dicembre la presidente Diana Toccafondi scriveva: “Come Fondazione abbiamo inoltre deliberato di promuovere una piattaforma informatizzata agile per condividere tra tutti i soggetti le informazioni relative alle diverse attività culturali”.

Non si trattava quindi soltanto di una suggestione emersa durante la giornata: la Fondazione dichiarava di aver deliberato di promuoverla. E l’obiettivo risulta coerente con le Linee di mandato 2026–2028, nelle quali la Fondazione dichiara di voler facilitare, “attraverso incontri periodici e una piattaforma condivisa, la reciproca conoscenza e il coordinamento tra le istituzioni e le associazioni che, sul territorio, promuovono cultura”.

Quindi la domanda inevitabile è: a che punto è quel progetto?

Una risposta, almeno in parte, è arrivata il 5 giugno 2026, quando Buzz Prato ha pubblicato un’intervista del giornalista Lorenzo Tempestini alla presidente della Fondazione Diana Toccafondi. In merito alla piattaforma annunciata dopo l’incontro di settembre 2025, la presidente ha spiegato che “le forze sono un po’ mancate”, indicando nel periodo di commissariamento del Comune uno degli elementi che hanno rallentato il percorso. Prendiamo atto di queste affermazioni e del fatto che, solo dal 29 maggio 2026, Prato ha una nuova amministrazione comunale.

Ma allora le domande diventano altre. Se le forze mancavano, perché convocare 46 realtà? Perché annunciare una piattaforma? E perché, una volta constatata l’impossibilità di realizzarla, non tornare almeno a quelle realtà per comunicarlo?

Per noi, il problema non è soltanto che una piattaforma non sia stata realizzata. È anche e forse soprattutto che un percorso annunciato come condiviso e collettivo sia rimasto senza una restituzione a chi aveva partecipato al suo avvio. Avremmo potuto capire un rallentamento, una difficoltà, e persino che il progetto fosse stato accantonato. Quello che facciamo più fatica a capire è il silenzio.

Una comunità non si costruisce mettendo delle persone in una stessa sala per una mezza giornata. Si costruisce tornando a quelle persone, aggiornandole, spiegando cosa è successo, riconoscendo gli ostacoli incontrati nel percorso avviato, ridefinendo insieme intenzioni e possibilità, tempi e modi.

Se l’obiettivo dichiarato era quello di facilitare la coprogettazione di una rete tra le realtà culturali del territorio, allora forse proprio questo avrebbe dovuto essere il primo esercizio di quella coprogettazione: non decidere per la rete ma continuare a comunicare e condividere.

Altrimenti il rischio è che la “chiamata a raccolta” rimanga solo una chiamata, un momento di ascolto, una bella giornata. E poi, a microfoni spenti, ognunə torna nel proprio giardino.

Dov’è andato a finire, nel frattempo, quel desiderio comune, che ci era sembrato reale, di coltivare un parco? Abbiamo forse avuto una percezione sbagliata?

Fare rete non significa convocare e riempire una sala

Da tempo le istituzioni parlano di fare rete, creare comunità, generare partecipazione, coprogettare, mettere a sistema. Sono parole importanti ma se rimangono nella teoria e non vengono accompagnate da pratiche, risorse e responsabilità, se non si trasformano in collaborazione e cooperazione, diventano formule vuote, retorica, propaganda, net-washing.

Una comunità culturale non si costruisce convocando 46 realtà per un pomeriggio insieme e poi lasciandole tornare ciascuna al proprio lavoro. Una rete non è una fotografia di gruppo. Una rete è un’infrastruttura.

Ha bisogno di tempo, continuità, strumenti, spazi, organizzazione, coordinamento e persone che se ne occupino e siano retribuite, perché tutto questo è lavoro. Ha bisogno di ascolto ma anche di restituzione. Ha bisogno di sapere cosa è successo alle idee condivise ed emerse dopo che i microfoni sono stati spenti.

Da una Fondazione ci aspettiamo di più

E, come tutto nella vita, si tratta di una questione politica. Una Fondazione di origine bancaria non è una piccola associazione culturale che prova a tenere in vita le proprie attività con il lavoro volontario di poche persone competenti e appassionate.

La Fondazione Cassa di Risparmio di Prato dispone di risorse economiche, strutture e capacità di incidere sul territorio. Ne è un esempio Seminare Idee, festival promosso dalla Fondazione che, anche nella sua seconda edizione, e nonostante la nostra critica guastafeste, ha scelto di non costruire un reale coinvolgimento del tessuto culturale pratese e, in particolare, di non raccogliere idee, teorie e pratiche della Prato Femminista. La stessa presidente, alla fine dell’incontro del 17 settembre 2025, ci aveva raccontato di aver letto quella critica con attenzione, ben due volte. E sì, ci aveva fatto piacere: era un articolo lunghissimo.

Quando un’organizzazione come una Fondazione di origine bancaria con un potere quindi economico, politico e sociale che nessuna delle realtà culturali, più o meno piccole o grandi, presenti sul territorio pratese possiede, convoca la comunità culturale in senso attivo e creativo della città e parla di costruire una rete, ci aspettiamo qualcosa di più di un incontro e di una serie di belle parole.

Ci aspettiamo che le idee vengano trasformate in processi e pratiche. Che le relazioni vengano curate. Che gli impegni presi vengano raccontati, resi pubblici, condivisi e verificati. Che le persone e le realtà coinvolte siano informate e ascoltate. Che anche i piccoli passi e i risultati parziali possano essere messi in discussione, attraverso un confronto costante. Che la coprogettazione non resti una parola da inserire nei documenti programmatici.

Sappiamo che costruire un processo richiede tempo. Ma, in un anno, cosa è successo?

Se una Fondazione chiede alle realtà culturali di mettere a disposizione tempo, competenze, idee e disponibilità per “ri-generare” la comunità plurale di un territorio, anche solo per una giornata, la comunità culturale, come soggetto attivo e creativo, deve poi essere messa nelle condizioni di partecipare alla costruzione di ciò che è stato avviato insieme e che dovrebbe riguardarla. E questo, ci pare, non sia ancora avvenuto.

Quindi: a cosa è servita quella giornata? Non lo sappiamo. Ci piacerebbe avere una risposta.

Sappiamo però che noi, dopo quella giornata, abbiamo continuato a fare quello che facevamo prima: costruire progetti, organizzare attività, creare relazioni, provare a mettere in connessione persone e realtà, contando sulle forze nostre e della Prato Femminista.

In questo periodo siamo prese dal programma ecofemminista “Fare parentele, non popolazioni” e sì, sarebbe stato utile e bello poterlo condividere su una piattaforma dedicata alle attività culturali del territorio. Anche perché, mentre una Fondazione dispone di risorse per dare visibilità alle proprie iniziative, noi, invece, non abbiamo la possibilità economica di pagare un ufficio stampa o sponsorizzare post sui social media e facciamo quindi tantissima fatica a far sapere cosa facciamo.

Sappiamo anche che non siamo più state coinvolte nel percorso che quella giornata sembrava voler avviare. Per questo oggi torniamo pubblicamente su quella giornata, per chiedere conto di un percorso di rete che, almeno dal nostro punto di vista, non ha ancora trovato consapevolezza, forma, materia.

Che fine ha fatto l’incontro annunciato per febbraio 2026?

Cosa è stato effettivamente costruito intorno a Seminare Idee Festival con le realtà invitate all’incontro di settembre?

A che punto è la piattaforma condivisa che la Fondazione aveva deliberato di promuovere?

Quali sono oggi gli strumenti concreti attraverso cui la Fondazione intende sostenere la rete culturale pratese?

E soprattutto: quando una Fondazione parla di comunità, partecipazione e coprogettazione, quanto è disposta a investire davvero perché queste parole diventino pratiche?

Perché di incontri, dichiarazioni d’intenti e parole sulla necessità di “fare rete” il mondo culturale istituzionale è già pieno.

Da una Fondazione che ha il privilegio di mettere risorse e strumenti a disposizione di questa rete, ci aspettiamo di più. Molto di più.

Con rabbia e gioia,
GLTeam – il team di gioia libera tuttə

A CURA DI

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