Questo testo è il nostro contributo gratuito alla “chiamata a raccolta” resa nota da Fondazione Cassa di Risparmio di Prato e Centro Pecci con il comunicato stampa del 21 luglio 2025.
Rispondiamo all’invito proponendo 15 parole in relazione all’idea di “cultura” o meglio al costrutto sociale del concetto “cultura” secondo una posizione e cosmovisione occidentali. Parole chiave inevitabilmente intrecciate tra loro che vorremmo fossero accolte all’incontro del 17 settembre per aprire temi sui quali crediamo sia fondamentale attivare un discorso-confronto pubblico con l’obiettivo radicale di depatriarcalizzare, decolonizzare, degerarchizzare il sistema culturale pratese-toscano-italiano o, in altre parole, liberare la cultura intesa in senso ampio, dinamico, plurale e orizzontale:
- Cultura e istituzioni.
- Cultura e territorio.
- Cultura e credibilità.
- Cultura e fiducia.
- Cultura e politica.
- Cultura e potere.
- Cultura e privilegio.
- Cultura e autocoscienza.
- Cultura e posizionamento.
- Cultura e femminismo.
- Cultura e lavoro.
- Cultura e accessibilità.
- Cultura e giustizia.
- Cultura e natura.
- Cultura e cura.
Alcuni poster del Movimiento Justicia Museal, progetto di artivismo nato in Argentina nel 2020. Tradotti in italiano, dicono: “Chi ha la parola nei musei? I musei sono di tuttə però solo una élite lo sa. Decolonizzare lo sguardo. La cultura non è una sola. Ai musei serve più strada.”
Una piccola premessa: gli esempi, gli aneddoti, le esperienze, il vissuto che raccontiamo in alcuni tratti servono a farci capire e a radicare le idee. Perché crediamo ad una cultura che è vita. Perché il personale è politico. Perché siamo corpo-mente-realtà.
0. Palestina libera!
Prima di iniziare ad argomentare la nostra “lista delle cose di cui vorremmo parlare il 17 settembre”, approfittiamo di questo spazio per ripetere ad alta voce che è in corso un GENOCIDIO per mano dello Stato terrorista di Israele ed il complice Occidente.
Lo facciamo condividendo alcuni frammenti del (Piccolo) Manifesto dell’Indicibile, un testo collettivo e condiviso nato per l’8 marzo 2024 da una pratica di scrittura transfemminista decoloniale, col desiderio di mettere a fuoco i bordi del discorso pubblico sulla Palestina.
Dire l’indicibile.
A che serve la manifestazione di solidarietà.
Il colonialismo italiano, lo vogliamo guardare?
Se a qualcosa può servire.
Voglio stare fuori dalla ritualità.
Dire quello che non si può dire.
La parola che non si può dire è: Palestina.
Non si può dire: genocidio.
Non si può dire: apartheid.
Salve, sono qui, finisco con 45.
È indicibile ma sotto gli occhi di tutt*.
[…]
Centinaia di ospedali bombardati dicono non sono veri ospedali.
[…]
Non scegliamo noi cosa devono fare l_ palestines_.
Siamo capaci di sostenere scelte che non sono le nostre?
Manganellate, manganellate, manganellate.
Scopare le statue e i monumenti dei colonizzatori?
Contro le parole, vediamo reparti antisommossa ovunque.
Siamo scioccate, ma sta diventando normale?
Vedi anche tu quello che vedo io?
[…]
Si può dire che l’esercito israeliano spara in testa ai bambin*?
Anche Instagram oscura i crimini di Israele, in effetti violano ogni standard.
Abbiamo un problema: senza fare preamboli, non si può più dire chi fascista è.
Tutti gli sforzi per non dire, ma far capire, ma che fatica?
[…]
In Università ci insegno ma non ci posso parlare.
Ma il pensiero critico?
Andiamo a cena insieme, ma solo se condanni Hamas.
È indicibile ma non dici nulla.
Invece si dovrebbe gridare: mandiamo i caschi blu in Israele.
[…]
Armarci, non farci disarmare nelle nostre prese di parola.
Noi da donne* queer transfemministe la parola autodifesa ce la rivendichiamo.
L’uso della violenza: è un impensabile?
Sono in autobus, parlo della Palestina ma a bassa voce.
[…]
Chiama il suo esercito “di occupazione” e i cittadini “coloni”, ma noi non si può dire che è un paese coloniale.
Sotto il mio frigorifero c’è una base di Hamas: io ve lo dico.
Grazie cosiddetti barbari di non rispondere alle nostre provocazioni: possiamo dircelo?
Che cos’è la violenza? Chi è il terrorista?
[…]
Non esiste la scusa buona per rimanere a casa.
Lo spazio urbano va arrampicato.
Le rivolte degli ultimi anni le hanno fatte le persone migranti o con background migratorio, lo vogliamo dire?
Inizia con la P, finisce con la A.
Ma della dignità dell’esistenza, ne potremo parlare ancora dopo?
È indicibile perché lo pensiamo tutt*.
[…]
Difendere il diritto internazionale è diventata la cosa più radicale che ci sia.
[…]
La ricerca dell’unica persona ebrea o israeliana antisionista che prende parola, così ti senti più nel giusto?
Il senso di colpa europeo.
Oltre la decenza, la paura sotto sotto di essere ancora dei nazisti.
La par condicio, il contraddittorio – ma di cosa esattamente?
Ma in Israele si producono tanti spettacoli di danza contemporanea, tanta arte!
Qual è la resistenza giusta, lo decidi tu?
Se non mi identifico del tutto con la tua lotta, allora no.
È indicibile perché c’è un silenzio assordante.
I palestinesi cadono uno dopo l’altro, senza motivo, forse scadono.
[…]
Per essere democratico dici che “lo Stato di Israele è legittimo per la risoluzione del 1947, ma le colonie no” ma che si sta difendendo uno stato razziale, ah no non si può dire?
Il Sudafrica ok, ma solo adesso.
“Non si può più dire niente” ma parli a tutte le conferenze, prendi parola ovunque e continui a toccare il culo alle studentesse.
La vertigine che viviamo, quella sì che è indicibile.
Le trame dell’ultradestra globale dietro a Israele.
Nel frattempo, gli aiuti sono bloccati al confine a ritmo di tecno.
Questi giornali che trattano le donne come armi in guerra e come puttane in pace.
Le dichiarazioni di chi governa Israele non compaiono sui media, anche loro: indicibili.
Non avete abbastanza paura mi sa.
Noi invece ne abbiamo avuta abbastanza.
L’imperativo della cura, ma se serve solo a negare la mia rabbia!
Basta burocratizzare l’intimità!
Io mi voglio arrabbiare.
Se solo condannaste gli stupri in dipartimento tanto quanto quelli di Hamas.
I finanziamenti alla cultura, se non condanni Hamas, te li sogni!
(avere paura, fare paura)
Ma voi perché non piangete? Come fate a non piangere?
[…]
Il testo integrale, pubblicato il 5 marzo 2024, si trova sul sito web leindicibili.wordpress.com per essere liberamente condiviso: “Nell’infinito dei non detti e dei taciuti, abbiamo sentito l’esigenza collettiva di superare le soglie dell’indicibile. Queste parole sono di chiunque vorrà leggerle, urlarle a voce alta da un microfono o senza, pubblicarle, farle proprie.”
Mentre facciamo nostre queste parole, riscrivendole qui, dopo un anno e mezzo dalla loro data di pubblicazione ma maledettamente ancora attuali, il popolo palestinese continua a resistere, a coltivare pezzi di terra tra le macerie ed inventare canzoni al ritmo dei droni israeliani che occupano il cielo sopra Gaza, a tuffarsi in mare nonostante il divieto sionista di toccarlo, ad usare la propria cultura e creatività per sopravvivere all’assedio, alle bombe, al blocco di aiuti umanitari, alla fame come arma di pulizia etnica e all’immobilità di chi governa il mondo. La giornalista Bisan Owda racconta di aver appena salutato i corpi di cinque colleghə (Hussam al-Masri, Mariam Abu Dagga, Mohammed Salama, Ahmed Abu Aziz e Moaz Abu Taha) uccisə dall’esercito israeliano in un doppio attacco all’ospedale Nasser (l’unica struttura ospedaliera ancora attiva nel sud di Gaza), portando il numero totale di reporter ed operatorə media palestinesi uccisə da ottobre 2023 ad almeno 189 secondo il Comitato per la protezione dei giornalisti (CPJ) e 247 secondo le Nazioni Unite.
Mentre scriviamo, decine di barche del movimento di solidarietà internazionalista Global Sumud Flotilla stanno salpando dai porti di Barcellona, Genova, Tunisi e Sicilia per raggiungere quel che resta dello Stato di Palestina, per tentare di aprire un corridoio umanitario e consegnare tonnellate di aiuti raccolti dal basso (beni essenziali come cibo e medicinali) al popolo palestinese, sfidando il blocco illegale e criminale israeliano. Se il vento sarà buono ed il diritto internazionale rispettato, le imbarcazioni di questa coraggiosa flottiglia civile, con a bordo attivistə da tutto il globo, convergeranno verso Gaza alimentando almeno un po’ di speranza. Siamo tuttə invitatə a partecipare e contribuire come si può; parlarne è importante per tenere alta l’attenzione mediatica, diffondere il messaggio della missione e proteggere le persone coinvolte in prima linea. Davanti il colonialismo, il capitalismo, la violenza, la complicità, il silenzio, l’inerzia, l’indifferenza, la convenienza, l’arricchimento, il profitto, la vigliaccheria, l’ipocrisia, dei nostri Stati incivili e criminali, siamo profondamente grate all’amore di questo mare di attivismo transnazionale che, nonostante tutto, con molti limiti e mille imperfezioni, rende ancora possibile credere all’umanità nell’umano.
Questi sono anche i giorni della 82° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica e tra le varie riflessioni tra Venezia e Gaza, e più in generale sulla complicità occidentale nel genocidio (ampiamente documentata dalla Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, Francesca Albanese, nel suo ultimo rapporto intitolato Dall’economia di occupazione all’economia del genocidio), condividiamo il pensiero espresso in un post del magazine indipendente Generazione (firmato da Samuele Vona), dal titolo: La nostra classe culturale è inadeguata a questo tempo. A Venezia il silenzio e la complicità si nascondo dietro il mito dell’inclusione. Qui un pezzettino del post:
[…] fare cultura porta con sé la responsabilità di guardare al mondo criticamente. […] La paura di esporsi, di compromettere carriere e rapporti con l’industria, ha reso la nostra classe culturale prigioniera di un torpore che assomiglia a un auto-esilio dal reale. La paura di perdere visibilità, fondi e distribuzione ha ridotto il mondo della cultura a figura ornamentale, incapace di interrogare la realtà e di assumere posizioni nette. Rinunciando alla propria dimensione politica, perde anche la propria ragione d’essere riducendosi a prodotto di consumo e mero ingranaggio. Se il mondo frana, non basta intrattenere: occorre riflettere, denunciare, immaginare il nuovo mondo.
Crediamo che le proteste della società civile, mossa da rabbia e senso di giustizia, sempre più attiva, come può, in grandi imprese via mare, manifestazioni pubbliche locali, boicottaggio e creativi atti simbolici di rivolta, debbano essere accolte e ascoltate, e che ogni spazio/evento/ente culturale in questa parte di mondo privilegiata, debba essere occupato da una chiara presa di posizione. L’Occidente non deve salvare la Palestina: rispettare i diritti umani di un popolo, significa rispettare anche il suo diritto all’autodeterminazione. L’Occidente deve e può, invece, fermare l’occupazione, l’apartheid, il genocidio compiuti dal suo alleato Israele, uno Stato criminale e terrorista.
Da ogni fiume ad ogni mare, vogliamo la Palestina viva e libera!
1.2.3.4. Cultura e istituzioni, territorio, credibilità, fiducia.
Veniamo a noi. Questa “chiamata a raccolta per un’iniziativa collettiva e condivisa” (del 21 luglio 2025) arriva dalla stessa Fondazione che, poco prima, in modo per niente collettivo e condiviso ha ideato e promosso, insieme al Comune di Prato, il festival culturale Seminare Idee, la cui prima edizione si è tenuta nei giorni 6-7-8 giugno 2025 sul tema del “coraggio” (quello da comodo salotto bianco e borghese, perbenista e patetico). A questo evento calato dall’alto, non collettivo e non condiviso, abbiamo dedicato l’articolo “Liberə, non coraggiosə. Una critica guastafeste“ (pubblicato su www.gioialibera.it il 6 giugno 2025) con l’intenzione principale di sollecitare le istituzioni a “raccogliere invece di seminare” ovvero ad ascoltare e sostenere idee, progetti, realtà, reti e comunità locali invece di copiare-incollare format che non hanno niente a che fare col territorio.
[ALCUNI ESEMPI] Data la massiccia presenza e rilevanza storica, architettonica e ambientale dell’archeologia industriale nel territorio pratese, avrebbe (avuto) molto senso ed un importante valore sociale, sia per la memoria collettiva che per il futuro del nostro paesaggio, coltivare il progetto TAI – Tuscan Art Industry che dal 2015, a cura dell’Associazione SC17, partecipando a bandi pubblici regionali (quindi nella sistemica precarietà), porta avanti un osservatorio specializzato sull’archeologia industriale ed un laboratorio di ricerca attraverso l’arte contemporanea, sperimentando e sviluppando percorsi culturali a contatto con le industrie per attivare processi di riappropriazione dei “luoghi dell’industria”. Le Associazioni, purtroppo, sono organizzazioni molto meno solide e molto meno eterne delle Istituzioni: cosa accadrà tra un secolo a questo prezioso studio, materiale, archivio, patrimonio culturale? Ce lo chiediamo da cittadine. E non sarebbe già importante e meraviglioso renderlo fruibile a tutte le persone del mondo interessate per lavoro, studio e/o passione ai paesaggi industriali? Invece di valorizzare un bene culturale, di sostenere in questo caso SC17 per garantire al progetto TAI costanza, continuità, crescita sostenibile e futuro, cosa fa il Comune? Nel 2021 il Comune di Prato si “inventa” (scopiazzando) TIPO – Turismo Industriale Prato sostituendo al fine culturale-sociale quello turistico-consumistico-capitalistico. Ed ora, estate 2025, salta fuori un altro acronimo per dire la stessa cosa ma in inglese: EPIC – Experience Prato Industrial Culture. Caro Comune, ti preghiamo: finiscila di brandizzare contenitori vuoti. Smettila di consumare fondi pubblici per produrre nuovi brand per festival e progetti calati dall’alto solo per compiacerti, organizzare conferenze stampa, accontentare logiche partitiche e clientelari, confermare il sistema capitalistico. L’impressione che abbiamo, ormai da anni, è quella di una Città persa nel mare inquinato del Marketing. E no, non basta fare lavaggi verdi (greenwashing) per pulirsi la coscienza.
Ed eccolo qui, l’esempio degli esempi: Prato Forest City (progetto megalomane di cui oggi resta un sito web vuoto, una pagina letteralmente bianca). Nella nostra città, quelli che un tempo si chiamavano “giardini” sono oggi “infrastrutture verdi che si articolano attraverso network di spazi rigenerati che attuano strategie di forestazione urbana, resilienza e inclusione sociale.”
No, non è una battuta di Panariello che imita Renato Zero. È una dichiarazione dell’allora Assessore all’Urbanistica Valerio Barberis, pubblicata su Facebook in data 29 giugno 2022. Però con tanti hashtags, precisamente così: “Il nuovo sistema di spazi pubblici nei quartieri di San Paolo e di Chiesanuova sta prendendo forma. Una nuova #infrastrutturaverde, connessa dal sistema delle ciclabili esistenti che si articola attraverso un network di spazi verdi rigenerati, che attuano le strategie di #forestazioneurbana, #inclusionesociale, #mobilitàsostenibile e #resilienzaurbana. #urbanplaces #cittàdiPrato #workinprogress #urbanforestry #pratoforestcity #pratogreendeal“. Foto allegate al post mostrano “tre piante in croce”, citando il commento di un’amica.
In altre dichiarazioni sull’ennesimo progetto #green pratese, abbiamo anche letto dei lavori in corso per il #PratoGreenHospital. Beh, come non prevedere nel Prato Green Deal anche un Prato Green Hospital, nella Prato Urban Jungle, della Prato Forest City?!!
Un progetto paesaggistico così raffinato che se non avessimo letto la notizia, non ci saremmo mai accorte delle siepi attorno il parcheggio dell’ospedale.
Insomma, alla fuffa-politica servono mille eco-words to bio-friggere con l’acqua. E senza inglesismi gratuiti, a Prato non si governa! L’Accademia della Coolsca ha così trovato sede ufficiale: la nostra città è diventata maestra col suo cool green urban eco-dictionary Made in Giungla Prato, Smart City of the Forests of the World and Universe and beyond! Un ringraziamento speciale ai due Stefani, Mancuso e Boeri, senza i quali la politica italiana oggi non saprebbe cosa sono gli alberi. E la resilienza, vorrai mica dimenticare la parola “RESILIENZA”?!! BUT are you crazy out like a balcony per caso, e magari pure un balcony senza bosco verticale, vuoi scherzare?!!
E poi l’immancabile INCLUSIONE. Detta così, a caso, che ci sta sempre bene. Come il prezzemolo, poco però: sia mai l’ingrediente principale del progetto. “Inclusione” è tra l’altro una parola problematica, porta con sé una visione suprematista e discriminante poiché presuppone l’esistenza di un corpo sociale dominante e “normale”, con il potere di includere (oppure escludere) altri corpi sociali che sono in qualche modo da gestire perché “diversi” rispetto alla “norma” costruita… ma in una cultura della convivenza ogni soggettività dovrebbe sentirsi libera di autodeterminarsi ed essere chi è, senza doversi conformare al sistema. È invece il sistema, la società, che dovrebbe deformarsi per accogliere la vita nella sua creatività, multiformità, pluralità e lavorare per garantire ad ogni essere vivente la possibilità di vivere in modo libero e dignitoso. [Ricordiamo che la normalità non esiste ma è un costrutto sociale, le cui radici storiche si trovano nell’Ottocento Occidentale; a proposito, segnaliamo il libro Sono normale? Due secoli di ricerca ossessiva della “norma” di Sarah Chaney (Bollati Boringhieri, 2023)].
Invece di chiacchierare tanto sui social e sui palchi dei festival, perché il Comune non si prende l’impegno, altro esempio, di coltivare in modo strutturale il progetto di rigenerazione urbana del Quartiere Soccorso – “il quartiere più multietnico di Prato”, come dice il sito ufficiale della Città – dove l’Associazione CUT – Circuito Urbano Temporaneo ha lavorato per anni (dal 2018 al 2022) insieme alla comunità abitante?
Insomma, voi che dovreste governare la cosa pubblica, TOGLIETEVI IL MICROFONO DI MANO: non vi eleggiamo per creare contenuti social e fare spettacolo o show, se preferite l’inglese. Invece, ASCOLTATE cosa dice e fa il territorio!
Care istituzioni che dovreste lavorare per il bene comune, da troppo tempo ci dimostrate che non vi importa assolutamente niente SPRECARE, PERDERE e DISPERDERE energie, risorse, idee, competenze, professionalità, potenzialità, progetti e desideri espressi dal territorio. E poi però vi riempite la bocca di “economia circolare” e ci fate pure il Recò Festival, durato due edizioni, giusto il tempo di gonfiare un po’ la vanità e propaganda di qualche ego. Di questo evento, noi ricordiamo solo l’imbarazzante lunga attesa nella sala cinema del Centro Pecci, dell’allora Assessora al Turismo Daniela Toccafondi ad un incontro sul “Turismo Circolare”: senza i saluti istituzionali (con foto, of course) non poteva iniziare il talk, così l’ospite (Emilio Casalini) e noi pubblico (dieci gattə) ci siamo giratə i pollici per un bel po’… e poi a fine incontro Casalini, ospite lasciato a se stesso, ci ha chiesto per cortesia di accompagnarlo alla Stazione. Da pubblico ad assistenza logistica volontaria è un attimo.
Carə governanti, lo volete capire che fare cultura è cosa seria, che non servono saluti istituzionali MA professionalità retribuita in modo dignitoso e rispetto per la comunità-territorio?
Cara Prato, per la prossima progettazione – anzi, co-progettazione! – di qualsiasi festival, sollecitiamo l’adesione a FESTA! Il Manifesto dei festival promosso da Arci e frutto della collaborazione di oltre 60 festival, attraverso un percorso partecipato fatto di tavoli online e due assemblee svoltesi a Salemi (TP) e a Modena, progettati e coordinati dalla Commissione Cultura e Giovani di Arci nazionale: www.dirittoallafesta.it.
Quanto può costare partecipare ad un festival? E organizzarlo? Che relazione e posizionamento mantiene un festival con il territorio che lo ospita? Qual è la sua impronta ecologica? Quali logiche caratterizzano in modo prevalente la sua programmazione e le modalità di accesso? Come si concilia il diritto ad abitare la notte come spazio di sperimentazione, espressione e conflitto, con il diritto al riposo?
A partire da domande come queste, domande con i piedi per terra, radicate nella vita reale delle persone, è stata elaborata un’idea di festival inteso prima di tutto come “ecosistema di relazione” che tiene conto in modo intersezionale della giustizia sociale, un’idea di festival intesa quindi come festa “Popolare. Queer. Libera.” Come quella di Antares. Festival di cura e cultura al Circolo Arci 29 Martiri a Figline di Prato, giunto alla terza edizione (26-27-28 settembre 2025) portando al centro del suo discorso questioni sociali con dibattiti e approfondimenti ma anche momenti di gioco “per scoprirsi come corpo collettivo, come comunità.”
In un articolo di CheFare, agenzia per la trasformazione culturale, partner del progetto promosso da Arci, si legge:
Desideriamo tutelare un’idea di festa popolare che non si basi solo su risultati quantitativi e muscolari (i sold out, i grandi numeri), ma anche sull’accessibilità economica e culturale: festival popolari che aspirino ad essere co-costruiti con le comunità locali, i circoli e le reti, senza mai imporsi al territorio.
Immaginiamo festival attraversabili da tutte le soggettività, le estrazioni, le identità culturali e di genere, i background: in una società diseguale, ciò significa assumersi la responsabilità di pratiche attente alle minoranze e alle marginalità. Un festival può divenire presidio temporaneo di antirazzismo, antiabilismo, anticlassismo e antiomolesbotransfobia. Per noi è essenziale creare un’atmosfera di accoglienza e ascolto, dove tuttɜ possano sentirsi parte integrante dell’esperienza culturale, partecipando attivamente.
I festival sono infatti uno strumento importante per combattere l’isolamento e la solitudine della fruizione culturale. Di fronte a persone sempre più sole davanti a schermi sempre più piccoli, rispondiamo con una moltitudine che si confronta interagendo direttamente con l’esperienza artistica, agendo attivamente i principi della partecipazione culturale.
Infine, è pur essenziale dedicare un’attenzione particolare alle aree marginali, fragili o schiacciate dai processi di gentrificazione, presso le quali crediamo sia fondamentale costruire processi di co-progettazione dal basso, attraverso il coinvolgimento delle comunità, dagli/dalle artistɜ ai/alle cittadinɜ.
Ecco, l’idea di Festival qui elaborata è esattamente il contrario del festival pratese Seminare Idee che avrebbe potuto svolgersi uguale, identico, in qualsiasi altra città italiana; infatti lo abbiamo duramente criticato augurandoci che la seconda edizione, già annunciata, abbia tutta un’altra impostazione.
Seminare Idee non è certo l’unico cattivo esempio di progettazione culturale pratese ma il più recente ed anche il motivo per cui adesso, questo “invito corale, rivolto alle maggiori istituzioni culturali del territorio, alle istituzioni che si occupano di formazione e ricerca, alle associazioni e alle singole persone […] per discutere e condividere alcuni temi, per rilanciare il lavoro culturale, impegnandosi coralmente per la comunità pratese del futuro”, appare sì una risposta apprezzabile alla nostra critica MA i tempi e i modi con cui arriva impongono molti dubbi e domande che abbiamo scelto di condividere in questo articolo/contributo.
L’iniziativa accade in un momento di crisi per la città di Prato che, per la prima volta nella sua storia, si trova con il Comune commissariato (in conseguenza alle dimissioni dell’ormai ex Sindaca Ilaria Bugetti, indagata per corruzione, annunciate il 20 giugno 2025). Adesso, in assenza di un governo, viene chiesto aiuto alla comunità finora ignorata.
Cara Fondazione e Caro Pecci, non crediate di farci un piacere. Dalla cima del vostro potere, ci state chiedendo un favore, un lavoro gratuito: precisamente, un contributo scritto “con idee e proposte” entro il 4 settembre (che noi abbiamo scelto di pubblicare qui) in preparazione ad “una giornata di lavoro comune” (mercoledì 17 settembre, dalle 10.00 alle 16.00). Tempo, conoscenze, competenze, creatività: risorse immateriali e quindi invisibili ma che hanno un prezioso ruolo sociale ed un valore ovviamente anche economico. A noi, infatti, costano.
Riconoscere il valore economico del lavoro culturale significa dimostrare serietà, responsabilità, senso di giustizia sociale. Potreste prevedere una retribuzione almeno simbolica invece di normalizzare l’ingiustizia del sistema culturale italiano fondato su sfruttamento e volontariato. Perché non usate il vostro potere-privilegio istituzionale per attivare un cambiamento?
Avreste potuto proporre più opzioni di incontro con date e orari diversi per facilitare la partecipazione di più attori sociali possibili; avreste potuto scegliere un’altra modalità decisionale, fare prima una consultazione su date, giorni e orari; allora sì che sarebbe stato un invito realmente corale e aperto, e avreste così dimostrato una seria intenzione di coinvolgere davvero la comunità in un nuovo percorso collettivo e progetto condiviso fin dal suo concepimento; avreste anche potuto dichiarare la natura di questo invito su base volontaria, riconoscendo in modo consapevole e onesto l’impegno richiesto almeno simbolicamente, dimostrando almeno un po’ di gratitudine. Insomma, avreste potuto impostare tutto in un altro modo, “collettivo e condiviso”, per usare le vostre parole che a noi, dette così, da voi, suonano vuote.
Se davvero le istituzioni vogliono collaborare con la comunità del territorio che lavora in ambito culturale, devono attivarsi per coinvolgerla in ogni decisione, a partire ad esempio dalla domanda: quando fissiamo questo nostro primo incontro? Per co-progettare, occorre utilizzare modi e strumenti per condividere, distribuire, diffondere il potere decisionale. Teorie e pratiche femministe possono insegnare molto.
Caro Pecci e Cara Fondazione, se dall’alto del vostro potere istituzionale fate una richiesta alla comunità locale che lavora in ambito culturale e parlate di “lavoro” ma in realtà pensate volontariato, passione, passatempo, hobby… ci state comunicando che A) non avete un’intenzione seria di ascoltare e accogliere “idee e proposte” della comunità e che B) non avete alcun rispetto per le persone lavoratrici che stanno dietro le “idee e proposte”: davvero credete che possiamo tuttə permetterci di dedicare un intero mercoledì ad una giornata di lavoro non pagata? Avete idea di cosa significa una giornata di lavoro non retribuita in questo mondo precario, sottopagato e sempre più caro? O della difficoltà ad ottenere permessi da lavoro per partecipare all’iniziativa? Avete idea di cosa significa lavorare oggi, in Italia, ed in particolare nel settore culturale? Avete idea di quante persone possano essere discriminate da questa vostra scelta organizzativa escludente e senza alternative?
O non avete idea della realtà contemporanea che la maggioranza delle persone vive, oppure la vostra è una scelta strategica: potrete finalmente dire “noi un invito aperto alla comunità che si occupa di cultura a Prato lo abbiamo fatto, chi vuole partecipa”. Come se volere fosse potere. Sveliamo un segreto: non è così, questa è una delle tante balle della retorica capitalista. Potere e anche solo poter volere, in questa società fondata sulle diseguaglianze, è privilegio.
Abbiamo molte domande in testa: perché questa “chiamata” adesso e non prima? Perché un’iniziativa del genere non è stata promossa qualche mese fa, ad esempio, per una co-progettazione del festival Seminare Idee? Perché fino ad oggi non è emerso l’interesse/bisogno di chiamare a raccolta le realtà culturali del territorio da parte delle istituzioni? E a proposito di queste realtà culturali, chi sono e cosa fanno? Le conoscete? Avete una mappatura? Quale ricerca e analisi di contesto è stata svolta per conoscerle e coinvolgerle? E cosa si intende per cultura?
Riconosciamo il valore potenziale di questa “chiamata a raccolta” istituzionale MA NON CI FIDIAMO: l’intenzione di collettivizzare il lavoro culturale, co-progettare, condividere risorse e responsabilità, dovrebbe essere alla base del sistema culturale e non un’eccezione in caso di crisi. Quanto è autentica la bontà di questa “chiamata”? Quali ragioni, interessi e obiettivi non detti? Vorremmo fossero dichiarati in modo esplicito.
Nell’attuale sistema locale e nazionale, mancano tutte le premesse per credere alla bontà delle istituzioni. E come biasimare questa sfiducia? Vi stiamo parlando di un sentimento-pensiero incarnato da tempo, forse da sempre e, per quanto ci riguarda, sempre più forte perché continuamente confermato da istituzioni che invece di agire per il bene comune, agiscono per interessi privati.
Secondo l’economista britannica Noreena Hertz, il XXI secolo è “il secolo della solitudine“: in un mondo dominato da globalizzazione, tecnocapitalismo, crisi dello Stato sociale, individualismo e precarietà economica, la solitudine ha assunto una dimensione strutturale costituendo una seria minaccia per la democrazia. Non si tratta solo di uno stato d’animo soggettivo bensì di una condizione sociale sistemica che oggi caratterizza ogni ambito della vita privata e pubblica, sostenendo e amplificando un’economia che mercifica tutto, persino le relazioni. La tesi di Hertz si basa su una ricca raccolta di storie ma soprattutto di dati, studi e statistiche che dimostrano come le nostre vite, dal micro al macro, siano sempre più determinate da un’economia della solitudine. E così ne propone una definizione ampia e complessa: “Io definisco la solitudine come uno stato tanto interiore quanto esistenziale – personale, sociale, economico e politico”. Quindi non solo mancanza di compagnia, affetto, comprensione ma anche sensazione di invisibilità e impotenza, la percezione di essere esclusə dalle decisioni politiche dei soggetti istituzionali, l’assenza di ascolto da parte dei policy makers.
Sfiducia, impotenza, solitudine. Per “ri-generare comunità” come dite di voler fare attraverso la “cultura”, occorre partire da questa consapevolezza: la società in cui viviamo, e che le istituzioni hanno contribuito a creare e continuano a sostenere, è una società gerarchizzata, divisa e sempre più frammentata dall’oppressione del Dio Denaro. Noi delle istituzioni di questa società non ci fidiamo.
Dunque, prima di “ri-generare comunità”, sarebbe il caso di chiedersi come ri-costruire la propria credibilità e ri-creare legami di fiducia con il territorio: a soggetti istituzionali come Fondazione Cassa di Risparmio e Centro Pecci, suggeriamo di porsi questa domanda. Inevitabile mettersi in discussione se si rappresenta il sistema: un sistema escludente, discriminante, elitario, gerarchico, classista, coloniale, estrattivista, insostenibile, ingiusto. Urgente, generare nuovi patti di fiducia tra società civile e istituzioni in grado di mettersi in discussione, per sovvertire il sistema anche dal suo interno, nelle intenzioni e immediatamente nei fatti.
Come possiamo credere a questa nuova volontà istituzionale di “ri-generare comunità” da parte di una Fondazione che con Seminare Idee ha appena dimostrato di non avere alcun interesse nel coinvolgere le comunità pratesi [sottolineiamo il plurale della parola comunità] ad eccezione di quella bianca borghese (col diritto di voto e che vota PD) che ha riempito piazze e teatri di un Festival progettato per confermare la solita cultura dominante e pensato per confortare il pubblico-elettore, perché tutto resti com’è, invece di scomodare coscienze e generare cambiamento sociale? Se oggi, qui ed ora, la cultura non è trasformativa, a che serve?
Nel vostro comunicato, avete scritto che “sul tavolo del confronto ci sono già alcuni temi: cultura e futuro; cultura e pluralità; cultura e beni comuni; cultura e crisi (politica/ambientale/identitaria, ecc.); cultura e spiritualità; cultura e informazione; cultura e salute.” – Bene. A proposito di crisi, chi ne ha consapevolezza come chi fa attivismo, sa che non abbiamo altro tempo da perdere, che serve un cambiamento radicale, e serve da ieri. Se un festival culturale come Seminare Idee non si pone questo obiettivo, se non ha intenzione di cambiare il mondo, a partire dal proprio “quartiere”, allora è un festival come minimo inutile e forse pure dannoso.
Noi non ci fidiamo delle istituzioni. Se oggi volete lavorare insieme alle realtà del territorio per “ri-generare comunità” come primo obiettivo, dal nostro punto di vista, dovreste porvi questa domanda: come possiamo recuperare credibilità e fiducia? Consiglio: con scelte, azioni, fatti. Basta slogan e parole vuote. Ad esempio, a partire dal riconoscimento economico di questa “giornata di lavoro comune” programmata al Centro Pecci in data mercoledì 17 settembre, dalle ore 10.00 alle 16.00.
[UN BUON ESEMPIO] Il festival di arti performative Short Theatre (dal 2006 a Roma), con un chiaro posizionamento transfemminista, ha lanciato una chiamata (open call) nel mese di luglio (2025) per la XX edizione che si tiene in questo mese di settembre: il progetto CLASSE “è un prototipo, un esperimento in piccola scala che mette in atto un modello alternativo e possibile, una capovolta del pensiero. Un percorso di indagine e approfondimento speculativo, nell’idea che la ricerca nelle arti abbia lo stesso statuto della produzione e che sia permanente e continuativa. Per lx partecipanti è previsto un gettone di presenza di 150€ per l’intero percorso – una cifra simbolica che prova ad affermare un principio differente.”
Agire diversamente, in modo consapevole e responsabile, è possibile. Agire in modo etico ed esemplare dovrebbe essere pratica ORDINARIA a livello istituzionale. Caro Pecci e Cara Fondazione, avete il potere di decidere cosa e come essere, cosa e come fare: siate esempio, fate cambiamento, a partire da ora e qui!
Retribuire il lavoro culturale significa riconoscerne il ruolo sociale ed il valore economico, significa serietà, responsabilità, reciprocità, cura. Se due istituzioni come Fondazione Cassa di Risparmio e Centro Pecci chiedono di ricevere un contributo scritto (ovvero tempo, conoscenze e competenze acquisite dopo anni di studio ed esperienze professionali, produzione di pensiero ed elaborazione di un testo) e poi una giornata di lavoro di sei ore, devono anche dire cosa offrono in cambio: cosa darete in cambio al nostro tempo e alle nostre idee? E per realizzare cosa di preciso? Quale l’obiettivo materiale e simbolico? Quali le vostre reali intenzioni? Cosa ci volete fare con la nostra creatività? Cosa ci farete con questa nostra consulenza?
In Italia, negli ultimi decenni, sono state fatte scelte politiche guidate dal neoliberismo che hanno normalizzato un sistema culturale sorretto da lavoro precario, sottopagato, senza tutele, insieme a sfruttamento chiamato volontariato. Le ragioni di come questo sia accaduto sono ben raccontate e denunciate dall’associazione Mi Riconosci nel libro Oltre la grande bellezza. ll lavoro nel patrimonio culturale (DeriveApprodi, 2021) – un testo per noi fondamentale quando parliamo di cultura in Italia e che, dopo un’ampia analisi sulla crisi strutturale del sistema culturale nazionale, propone una riforma con un cambio di paradigmi alla quale le istituzioni dovrebbero seriamente interessarsi.
Il riconoscimento del ruolo sociale e del valore economico del lavoro culturale dovrebbe essere priorità di ogni istituzione. Siamo invece governatə da istituzioni che, oltre la retorica propagandistica della “bellezza” ed oltre il fine capitalistico di favorire gentrificazione e turistificazione, fregandosene pure del diritto di abitare della cittadinanza, non hanno alcun interesse a far vivere i nostri beni culturali e quindi a far – almeno – sopravvivere in modo dignitoso chi, dopo anni di studio, lauree, stage, ricerche, tirocini, master, apprendistati, dottorati, esperienze professionali, etc… ci lavora.
Perché non sosteniamo tuttə l’attivismo che denuncia lo sfruttamento strutturale e che propone un cambiamento di sistema basato su dignità, equità, giustizia? Riprendiamo questo tema – che ci sta particolarmente a cuore – al punto 11 (Cultura e lavoro) della nostra “lista delle cose di cui vorremmo parlare” il 17 settembre.
5.6.7. Cultura e politica, potere, privilegio.
Ogni scelta politica ha un impatto culturale nella società e viceversa: ogni scelta culturale, nella forma e nel contenuto, è una scelta politica mossa da una precisa posizione, incarnata e situata, e che promuove una determinata cosmovisione.
Gli istituti culturali così come la pianificazione urbana, le piazze e i monumenti, non sono e non possono essere considerati spazi neutri. Dire che la cultura o l’arte è cosa “neutra” (come sentiamo dire spesso, anche oggi, nella difesa di artistə che non prendono posizione contro Israele e pro Palestina perché comunque “arte super partes”) è una grave bugia, una pericolosa falsità, una schifosa ipocrisia. Niente è neutro.
Eppure questo pensiero continua ad essere molto diffuso nella cultura-società patriarcale e lo sentiamo ovviamente ripetere soprattutto da chi ha il privilegio di non aver mai dovuto lottare. Con quest’arte narcisista ci possiamo fare un bel falò sotto la Luna, e ballarci intorno cantando come mantra “Niente è neutro, coglioni!”.
Nel libro di Mi Riconosci già citato – Oltre la grande bellezza. Il lavoro nel patrimonio culturale italiano (DeriveApprodi, 2021) – si legge (p. 83): “Se il patrimonio culturale italiano è pubblico, gestito e finanziato dallo Stato, e se è così in moltissimi Paesi del mondo Occidentale (gli Stati Uniti sono tra le pochissime eccezioni) è perché a questo patrimonio si è assegnato un valore sociale, di creazione di cittadinanza, e in molti casi di identità nazionale: è proprio nel momento in cui nasce lo Stato italiano che nascono e crescono molti dei grandi e piccoli musei pubblici. Questo ruolo però è sotto attacco da decenni, attraverso un sistema di definanziamento, esternalizzazione e privatizzazione del servizio.”
E cosa è un Museo, oggi? Secondo la definizione più recente di ICOM – International Council of Museums, aggiornata al 2022: “Il museo è un’istituzione permanente senza scopo di lucro e al servizio della società, che effettua ricerche, colleziona, conserva, interpreta ed espone il patrimonio materiale e immateriale. Aperti al pubblico, accessibili e inclusivi, i musei promuovono la diversità e la sostenibilità. Operano e comunicano eticamente e professionalmente e con la partecipazione delle comunità, offrendo esperienze diversificate per l’educazione, il piacere, la riflessione e la condivisione di conoscenze.”
Nella classe dirigente dei musei italiani prevale però – spiega Mi Riconosci (p. 85) – “il pensiero che i musei siano solo specchi passivi della società, che debbano obbedire ed eseguire, non discutere.” Una concezione di museo molto distante – quindi – da quella proposta da ICOM. Mi Riconosci chiede allora: “Ma un museo è un soggetto che conserva e offre esperienze culturali, che quindi in sostanza riflette più o meno passivamente la società che lo circonda, o al contrario è un soggetto attivamente coinvolto nella crescita culturale e sociale della società, ponendosi quindi all’avanguardia rispetto al mondo che lo circonda?”
Prato è la città in cui nel 2023 è sbocciata gioia libera tuttə – un progetto nato per mappare e raccontare l’Italia Femminista a cura di CCT studio che dal 2009 si occupa di Comunicazione per Cultura e Territorio; in questo caso, cultura femminista nel suo significato più ampio e plurale. L’idea è nata precisamente dopo due giornate – “oltre la 194“ – di incontri culturali e laboratori creativi sulla libera scelta ed in particolare sul diritto di abortire in sicurezza e serenità, un evento organizzato insieme a diverse realtà del territorio locale e nazionale. Per quelle due giornate, né il Comune di Prato né il Centro Pecci ci hanno concesso uno spazio.
Eravamo a conoscenza del finanziamento da parte del Comune al movimento antiabortista locale ma non sappiamo quale relazione diretta o indiretta ci possa essere anche tra questo ed il Centro Pecci (possiamo immaginare). Fare cultura è fare politica e fare politica è fare cultura. Niente è neutro. Ogni scelta di contenuto e/o forma è una scelta politica. A chi promuove una cultura antiscelta ed un’informazione antiscientifica, fondi pubblici dal Comune. A noi invece nemmeno uno spazio. E nemmeno la decenza ed il rispetto di parlare chiaro, di rispondere chiaramente con un “No, noi non vi vogliamo ospitare” – per non farci almeno perdere tempo. In entrambi i casi, Comune e Pecci, dopo alcuni falsi sorrisi e solidarietà di facciata, una vigliacca latitanza. Quelle due giornate le abbiamo comunque organizzate (grazie all’ospitalità gratuita di Danama Space Coworking) ed eccoci qui! Peccato però non averle potute fare in uno spazio pubblico, della cittadinanza, della comunità. Peccato non siano state svolte in un museo come il Pecci.
Sulla base di questa ed altre esperienze, dirette o indirette, percepiamo da tempo una distanza abissale tra territorio e istituzioni. Oggi abbiamo dunque il desiderio di cogliere questo momento per condividere soprattutto domande: quale il ruolo sociale delle istituzioni culturali, a livello simbolico e materiale? cosa significa fare cultura-comunità (sapendo che l’una non esiste senza l’altra), per istituzioni che prendono decisioni per l’ecosistema in cui abitano ed operano, senza creare relazioni per coinvolgere il territorio? perché le istituzioni non usano il proprio potere decisionale e le proprie risorse (spazi, strumenti, fondi, contatti, etc.) per valorizzare l’esercizio democratico, per far crescere la società, per coltivare benessere comune? perché non lavorano per favorire una reale partecipazione e facilitare pratiche di co-progettazione attraverso una reale condivisione – e quindi redistribuzione – di potere, risorse e responsabilità?
Fare cultura è “fare con” e non “fare sopra”.
[PER CAPIRSI] Un esempio pratico, piccolo ma significativo e molto esplicativo dell’atteggiamento elitario, classista, escludente che percepiamo sistematicamente dalle istituzioni: perché durante il Festival Femminista 2025, al quale il Centro Pecci ha affittato lo spazio per i talk, il Direttore Stefano Collicelli Cagol non si è avvicinato a conoscere le realtà locali presenti? Lo abbiamo visto dedicare tempo, chiacchiere e visite speciali per il museo ai “vips” ovvero ad ospiti come Vladimir Luxuria e Diego Passoni. Se si fosse avvicinato anche ai banchini delle associazioni locali (oltre a firmare, magari, per la campagna europea My Voice, My Choice, per il diritto all’aborto libero e sicuro in tutta Europa!) avrebbe ad esempio scoperto i manufatti artistici delle nostre compagne di banco, le creative di Women Attack!, un gruppo di donne con background migratorio che abitano a Prato. Non erano mai entrate al Centro Pecci, prima del Festival. Avrebbe potuto accompagnarle in una visita, parlarci, ascoltare e magari avere l’idea insieme (che qui suggeriamo), di creare alcuni souvenir/gadget per il bookshop del Centro Pecci (invece delle solite shopper con la solita stampa del proprio logo, che noia!): creazioni fatte a mano dalla tanto decantata ma ignorata Prato multiculturale! Questo significa per noi fare e ri-generare cultura-comunità.
Fare con, non sopra.
8.9.10. Cultura e autocoscienza, posizionamento, femminismo.
Da dove partire per depatriarcalizzare, decolonizzare, degerarchizzare il sistema culturale? Dalle teorie e pratiche femministe, ovviamente.
Il cambiamento parte sempre da sé. Dall’autocoscienza che accade nell’incontro, dalla consapevolezza che si coltiva nel confronto, dal mettersi in discussione nella condivisione, dal prendere atto della propria posizione, del potere e dei privilegi che si hanno. E dal chiedersi come usarli per cambiare il mondo insieme, a partire da ora e qui?
E se si occupano posizioni di potere all’interno di istituzioni che fanno scelte per la comunità di un territorio, cosa e come fare? In Italia siamo abituatə ad istituzioni patriarcali che si credono superiori alla comunità e non al servizio della comunità. Istituzioni a cui manca il coraggio di mettersi in discussione e prendere posizione, di nominare ed incarnare il femminismo oltre il pinkwashing; istituzioni a cui manca la volontà di avvicinarsi ad altre cosmovisioni e che invece di immaginare e sperimentare altri modi di stare al mondo, confermano la vanità distruttiva del sistema patriarcale e capitalista. Eppure, in questa quarta ondata occidentale di femminismo, le esperienze da cui imparare di certo non mancano e si stanno moltiplicando anche in Italia.
Nella vicina Bologna, ad esempio, per citare una realtà che più facilmente può piacere anche ai maschi etero cis perché fatta da simili della loro minoranza, dal 2024 esiste un festival femminista sulla maschilità. Si chiama Maschile Plurale e quest’anno propone anche una Scuola politica che dichiara di usare “le pratiche apprese dai pensieri femministi” per situarsi “nel conflitto e nelle complessità del sistema, abbracciare le criticità e vulnerabilità come risorsa, riscoprire la cura come responsabilità collettiva.” Nella loro visione, “è necessario dotarsi delle teorie e pratiche femministe come strumenti per leggersi nella prospettiva relazionale, ecologica e affettiva, acquisendo consapevolezza delle dimensioni in cui agisce, per sviluppare nuove forme di impegno e decostruzione.”
Dal 2024, il Centro Pecci affitta il suo spazio al Festival Femminista ma non basta! Da questo festival, il Centro culturale sostenuto da Comune e Regione (ovvero da fondi pubblici) guadagna in termini economici e di visibilità, reputazione, contenuti e pubblico. Data l’opportunità di ospitare un evento di così alto valore sociale a costo zero, capace di attrarre ospiti di notorietà nazionale, coinvolgere tante associazioni del territorio e far partecipare un ampio pubblico, il Pecci – a nostro parere – potrebbe attivarsi per collaborare e contribuire, invece di incassare. Noi qui vediamo un gigante istituzionale che si fa bello grazie al volontariato di una rete locale di tante piccole realtà indipendenti.
Noi crediamo che il Centro Pecci debba ALMENO ospitare gratuitamente il Festival Femminista, un festival sentito dal territorio che già incarna il Manifesto di Arci in quanto festa “popolare, queer, libera”. E non solo.
In quanto Centro culturale della città, crediamo anche debba porsi l’obiettivo di contribuire alla trasformazione di Prato in una Città Femminista, tutto l’anno! Come Bologna, vogliamo un’Atlante di genere per una città femminista. Come Roma, vogliamo una Casa Internazionale delle Donne ed una Scuola Politica Femminista accessibile a tuttə. Come Parigi, vogliamo monumenti pubblici che ricordano alla cittadinanza i diritti conquistati dalle madri della lotta femminista. Come Llavaneres, piccolo comune catalano, vogliamo “rivendicare l’eredità femminista e chiedere una società più egualitaria”. Come Vienna e altre città europee, vogliamo una pianificazione urbana con una prospettiva di genere ed intersezionale. Come Berlino, vogliamo una Casa delle culture del mondo! E sì, noi sogniamo pure di abitare in un co-housing femminista, come La Morada di Barcellona, in un quartiere femminista di una città femminista:
IMMAGINA come
praticare convivenze delle differenze
riprogettare città senza centri, mura e grattacieli
disegnare paesaggi urbani che evocano vulve accoglienti
invece di erezioni prepotenti
meno boschi verticali, più orti orizzontali
vogliamo architetture per comunità, non famiglie isolate
nell’illusione capitalista dell’autosufficienza nucleare
fare monumenti solo se desiderati dalla comunità
e sostenibili per l’ambiente
vogliamo città aperte, sane e sicure, anche di notte:
vogliamo essere liberə, non coraggiosə!
vogliamo esercitare il nostro diritto di manifestare
senza avere paura della violenza istituzionale
vogliamo anche respirare senza ammalarci
camminare tra alberi, piante e fiori:
no al cemento, sì al compost!
rigenerare, restaurare, coltivare, curare
occupare se serve, soccorrere sempre
vogliamo luoghi di incontro e prossimità di servizi
ovunque, dalle periferie alle terre alte
vogliamo essere Mediterraneo-Appennino-Alpi
senza confini[…]
da MANIFESTA e IMMAGINA, il manifesto femminista di gioia libera tuttə
Perché il Centro Pecci non offre gratuitamente il suo spazio a febbraio per il Festival Femminista e tutto l’anno per la Prato Femminista? Se il sessismo, il razzismo, la violenza di genere e le discriminazioni sono un fenomeno sociale, servono risposte strutturali. Eventificare i problemi sociali non è affatto sufficiente. Chi fa femminismo lo sa bene ma non ha le risorse che hanno le istituzioni.
Perché allora non unire le energie del territorio? In questa città ci sono già tutti i semi per coltivare un percorso di studio-ricerca-analisi (teorie) e co-progettazione-attuazione-creazione (pratiche) per una trasformazione culturale, sociale, politica mirata al benessere comune.
Ci state a far germogliare questi semi, Centro Pecci e Fondazione? Con scelte, azioni e fatti però: dal Centro lo spazio e dalla Fondazione i fondi, ad esempio.
11.12.13. Cultura e lavoro, accessibilità, giustizia.
“I musei sono di tutti ma solo una élite lo sa” – dice un poster (che traduciamo dallo spagnolo) del Movimiento Justicia Museal, un progetto di artivismo nato nel 2020 in Argentina da Johanna Palmeyro, co-coordinatrice dell’Area Museologia e Comunità della Casa Museo Ricardo Rojas di Buenos Aires.
La cultura è di tuttə ma solo un’élite lo sa o meglio solo un’élite ha il privilegio di saperlo. E solo un’élite ancora più elitaria ha il potere di usarla per compiacersi e trarne profitto. I beni culturali sono gestiti da una minuscola minoranza che in una società patriarcale e capitalista, quindi basata sull’oppressione, pensa e agisce dall’apice di una piramide sorretta da lavoro sottopagato e sfruttamento chiamato volontariato. La critica femminista, con le sue lenti interesezionali, ci aiuta a leggere nella realtà tutte le ingiustizie normalizzate dal sistema e ad immaginare strumenti e pratiche per de-costruire ogni gerarchia, anche quella culturale. Usiamola! Il discorso sulla cultura non può essere dissociato dalle condizioni materiali di vita. È sempre una questione di sesso, etnia e classe.
In un articolo del 16 maggio 2016, pochi mesi dopo la nascita del collettivo, Mi Riconosci scriveva questo:
Per definizione il museo è un’istituzione al servizio della collettività, la cui finalità primaria è di preservare e mettere a disposizione dei pubblici il proprio patrimonio artistico. Non si fa solo ed esclusivamente riferimento alla tutela o all’accesso fisico, ma anche alla capacità di essere un’istituzione culturale attiva nella creazione e nella diffusione della conoscenza, garantendo l’accesso indipendentemente dalle condizioni economiche. Le politiche culturali in Italia, purtroppo, procedono in direzioni opposte. Queste dovrebbero garantire un modello di inclusione e democrazia culturale, pari dignità e opportunità di espressione a tutti i cittadini, anche e soprattutto quelli a rischio di esclusione sociale, dunque culturale e formativa. […] Abbattere la povertà culturale e formativa passa non soltanto dalla lotta contro la dispersione scolastica e dall’accesso ai luoghi dell’istruzione formale, ma anche dall’abbattimento degli ostacoli socio-economici nell’accesso alla cultura e dalla messa al centro di musei, patrimoni e siti culturali per un progetto culturale rivolto innanzitutto al territorio e alla cittadinanza e non soltanto al turismo intensivo. Si tratta di una visione che oltre a prendere atto dell’urgenza di rilanciare la cultura per contrastare dati allarmanti per il nostro Paese, quali marginalità sociale e analfabetismo di ritorno, punta anche e soprattutto alla promozione di una cittadinanza più consapevole della propria storia e del ruolo della cultura nello sviluppo della società: una persona non abbiente o non proveniente da una situazione socialmente e culturalmente attiva, vedrà nei costi di accesso alla cultura un insormontabile ostacolo. […] Dal 1993 la legge Ronchey apre le porte dei musei statali ai privati e una grossa parte dei guadagni passa a loro. In questi anni le società come 24 ORE Cultura, Civita Cultura, Electa, CoopCulture si sono sostituite allo Stato nella gestione di biglietterie ma anche per i servizi di prenotazione, audioguide, cataloghi, ristoranti, sicurezza e personale, con percentuali sugli incassi incredibilmente vantaggiose: oltre l’85% sui servizi aggiuntivi, il 30% sulla biglietteria, il 100% sulla prevendita. Non sarà mica che in Italia non si può garantire la gratuità perché le società che governano anche le biglietterie sono delle vere e proprie lobby? Di contro, garantire l’accessibilità ai luoghi della cultura significa renderli spazi sicuri, confortevoli e qualitativamente migliori per tutti i potenziali pubblici utenti, garantendo una libera fruizione affinché il museo stesso svolga il suo pieno e consapevole ruolo sociale. L’idea del “biglietto necessario” è niente più che un orpello ideologico che non aiuta in nessun modo il patrimonio culturale a funzionare né dal punto di vista sociale né economico, e nel mondo molti se ne sono resi conto: vogliamo che i beni culturali diventino servizi pubblici essenziali? E dunque lo diventino, anzitutto essendo accessibili a tutti. Ecco perché difendiamo l’accesso gratuito al patrimonio culturale nazionale.
Ecco cosa vorremmo fosse un museo: un luogo aperto, con accesso libero, che coltiva coscienza civile, pensiero critico, dibattito transdisciplinare per la crescita culturale, sociale e spirituale (in senso laico, di coscientizzazione) della comunità, intesa in senso ampio e plurale.
In un territorio multiculturale come quello pratese, per rendere accessibile la fruizione delle offerte culturali è necessario progettare insieme al terzo settore e alle realtà che rappresentano le varie comunità abitanti (nigeriana, senegalese, pakistana, sinta, etc…); per innescare processi culturali davvero partecipativi e partecipati, è necessario creare le condizioni affinché le culture presenti nella nostra città possano trovare spazio di espressione e farsi conoscere. Usare l’Arte per creare coscienza e giustizia, per incontrarsi nelle lotte comuni, nell’interesse di tuttə, nel dialogo e nell’ascolto, nella gestione del conflitto e soprattutto nella conoscenza del contesto sociale locale, nello studio e nell’analisi per la rilevazione dei reali bisogni del territorio. Di cosa abbiamo bisogno di parlare? E come facciamo ad ascoltarci se non ci incontriamo?
Di spazi pubblici e della necessità di mettere in discussione le narrazioni dominanti, di interrogarsi sulle rappresentazioni sessiste, razziste e sulle pratiche di colonizzazione dei dispositivi museali: da chi e come vengono organizzati i saperi come la Storia dell’arte, quale storia? quale arte? quella senza donne e senza popoli oppressi? Esistono tante altre storie, poco o non ancora raccontate, anche nell’arte. Cerchiamole nelle crepe degli archivi!
Della necessità di decolonizzare il nostro sguardo, parla molto il Movimiento Justicia Museal e dedica un’importante riflessione anche Mi Riconosci.
Negli ultimi anni, in varie occasioni, la nostra associazione culturale CCT-SeeCity ha collaborato con Mi Riconosci: un collettivo di professionistə dei beni culturali, impegnato dal 2015 in azioni di informazione, denuncia e proposta su temi inerenti la gestione del patrimonio culturale e le condizioni di lavoro nel settore. In particolare, in diverse occasioni, abbiamo presentato i loro primi due libri: Oltre la grande bellezza. Il lavoro nel patrimonio culturale italiano (DeriveApprodi, 2021) e Comunque nude. La rappresentazione femminile nei monumenti pubblici italiani (Mimesis, 2023).
Mi Riconosci, Centro Pecci? Mi Riconosci, Fondazione?
Oltre la grande bellezza. Il lavoro nel patrimonio culturale italiano è un testo che riteniamo fondamentale per ragionare di cultura in Italia: che ne dite di ri-leggerlo insieme in uno spazio di studio e autocritica, decostruzione e ricostruzione? Magari coinvolgendo direttamente Mi Riconosci che da ormai 10 anni fa attivismo culturale a livello nazionale ed ha un nodo molto attivo anche in Toscana.
Di cosa parla il libro: di un sistema culturale, quello italiano, allo sbando; dell’esternalizzazione dei servizi culturali, dal 1993 (con la Legge Ronchey) ad oggi; delle condizioni di lavoro, attraverso un’inchiesta del 2019; del lavoro gratuito e dell’abuso del servizio civile; della formazione caotica, del classismo e dell’esclusione per censo; delle discriminazioni di genere; del FAI – Fondo Ambiente Italiano e l’uso strumentale delle fondazioni con la Riforma Franceschini; del tentativo di trasformare i musei pubblici in fondazioni private; dei musei autonomi come anticamera della privatizzazione; del quadro normativo e i precedenti; di cosa serve avere una fondazione che gestisce un museo pubblico; del ruolo sociale del patrimonio culturale e dell’accessibilità economica; di spazi pubblici e narrazioni dominanti; di comunicazione e valorizzazione; di turismo sostenibile, etc… infine, di una proposta per il futuro.
Dalla quarta di copertina:
Come si lavora nel settore del patrimonio culturale dove il primo datore di lavoro è lo Stato? Quali sono le cause che hanno permesso a un comparto ad alto grado di specializzazione, e che ha beneficiato fino al 2019 di una crescita imperterrita del turismo, di divenire una fucina di sfruttamento e povertà? Perché il collasso del sistema portato dai lockdown non è stato accompagnato da una riflessione e da misure adeguate da parte delle istituzioni? Sono alcune delle domande cui risponde questo volume, nato dall’esperienza del collettivo «Mi Riconosci? Sono un professionista dei beni culturali», oggi movimento nazionale e punto di riferimento per migliaia di lavoratrici e lavoratori del settore.
Il sistema culturale italiano contemporaneo viene letto attraverso l’analisi delle condizioni di lavoro, le discriminazioni di genere e di provenienza sociale, il caos dei percorsi formativi e lo sviluppo del sistema di privatizzazioni affermatosi dagli anni Novanta, con particolare attenzione al lavoro gratuito e al ruolo delle fondazioni di partecipazione per il controllo del patrimonio culturale pubblico.
Il collettivo Mi Riconosci? elabora, dunque, una proposta di riforma del sistema turistico e la creazione di un Sistema Culturale Nazionale che cambi i paradigmi di gestione dei luoghi della cultura pubblici, andando verso principi di gratuità e inclusione.
Un sistema disfunzionale come quello dei beni culturali in Italia, basato su logiche di profitto per una minoranza e di sfruttamento per moltitudini, non può certo prendersi cura della propria comunità-territorio senza prima curare se stesso.
È ipocrita e presuntuoso porsi la domanda di come “ri-generare comunità” senza prima chiedersi come ri-generare il proprio sistema. E questo significa guardarsi dentro ovvero rivolgere lo sguardo prima di tutto a chi lavora nel settore culturale. Come diffondere benessere sociale senza porsi prima la questione se il proprio sistema sia sano o malato?
Il contesto multiculturale di Prato, inoltre, impone di pensare e progettare in modo ancora più accessibile e plurale. Fare cultura-comunità a Prato, per le istituzioni, dovrebbe significare comunicare con tutte le comunità che abitano il territorio. Per questo, dovrebbe esserci una cooperazione strutturale, importante e costante, con le associazioni che rappresentano le comunità, con le realtà che operano nel sociale e lavorano nella mediazione culturale. I luoghi della cultura a Prato hanno la preziosa potenzialità di essere luoghi di incontro tra CULTURE, centri transculturali. Ad oggi, invece, la multiculturalità che si incontra in alcuni quartieri della città, come il Soccorso, o in alcuni luoghi come le aziende, i supermercati, le poste, l’ospedale o l’agenzia delle entrate, è quasi sempre e quasi totalmente assente ai festival, alle mostre, nei musei e teatri: per quale motivo questi restano luoghi elitari?
14. Cultura e natura.
Il processo di decolonizzazione è necessario anche per liberare la natura.
Vogliamo una cultura non più separata dalla natura, due concetti che l’Occidente colonizzatore di terre, popoli e corpi, ci ha insegnato a distinguere in modo binario, a tenere separati. Il pensiero occidentale si è sviluppato semplificando la realtà in dicotomie – (cultura/natura, umano/animale, maschio/femmina, mente/corpo, ragione/sentimento, civiltà/barbarie, cittadini/stranieri, etc.) – costruite per evitare la complessità della vita e creare “seconde categorie” da inferiorizzare, colonizzare, occupare, possedere, dominare, controllare, marginalizzare, discriminare, assediare, isolare, opprimere, sfruttare, indebolire, impoverire, violentare, stuprare, distruggere, annientare, uccidere… col fine di mantenere la minoranza bianca e maschile al potere.
Così, nella cultura occidentale, patriarcale e specista, ci siamo dimenticatə di essere animali umani.
“Siamo natura che difende se stessa” – come abbiamo letto in un cartellone per strada ad una manifestazione transfemminista. Lottiamo per difenderci dal sistema patriarcale, binario, sessista, razzista, specista, capitalista, suprematista, gerarchizzante, inferiorizzante, discriminante, oppressivo, estrattivista, colonizzatore, violento, distruttivo, stupratore, assassino, genocida, responsabile della cultura dello stupro, del fenomeno sociale dei femminicidi, della uomosfera digitale antifemminista, delle guerre in corso, del genocidio in corso, della crisi climatica in corso, della distruzione di questo unico grande organismo vivente che siamo, Pianeta Terra, Biglia Blu, Gaia, Vita.
Questa cultura che uccide non è la nostra cultura: noi siamo natura che difende la vita. Siamo naturcultura. Vogliamo quindi dis-imparare e re-imparare dai movimenti delle donne indigene dell’America Latina che ci insegnano che siamo Cuerpo-Territorio, Corpo-Territorio. Che la salute dell’ambiente è la nostra salute, che il diritto dell’ambiente a stare bene, è nostro diritto.
È nostro diritto respirare aria pulita, nutrirci senza avvelenarci, rinfrescarci in acque limpide. Chi ci ha tolto la libertà di bagnarci in fiume? Chi ha ammalato il Bisenzio? Chi lo ha reso non balneabile? Quale il costo sociale? Chi è responsabile? Chi paga i danni? Stiamo curando il nostro fiume? Ne possiamo parlare? È comprensibile arrabbiarsi e giusto preoccuparsi oppure dovremmo normalizzare l’inquinamento ambientale perché altrimenti salta il sistema? E se lo dovessimo rivoltare e rivoluzionare tutto questo sistema ingiusto? Cosa aspettiamo? La prossima alluvione che distruggerà ancora di più la nostra città, le nostre case, le nostre vite? O quella dopo ancora? Ce ne stiamo occupando della sicurezza climatica? Noi abbiamo paura. Ormai guardiamo il meteo con terrore.
È un fatto politico e culturale aver permesso al capitalismo di intossicare le nostre acque, le nostre vite. Di averle messe in pericolo, ovunque. Di farle vivere nella paura. Cosa fanno le istituzioni culturali per coltivare consapevolezza collettiva sul diritto alla salute del proprio corpo-territorio? È nostro diritto vivere in un ambiente-Pianeta sano e vogliamo che questa sia priorità ordinaria di ogni istituzione, locale, regionale, nazionale, europea, mondiale. Lo sappiamo cosa dice la nostra Costituzione?
Principi fondamentali – Art. 9: La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. Tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni. La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali.
Parte I, Diritti e doveri dei cittadini – Titolo III, Rapporti economici – Art. 41: L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla salute, all’ambiente, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali e ambientali.
Vogliamo conoscere lo stato di salute del nostro territorio. Quale la diagnosi? Misuriamo e monitoriamo la presenza di PFAS nelle nostre acque e di tutti i veleni prodotti dal capitalismo, pubblichiamo e divulghiamo i dati, parliamone. Non è affar nostro forse? Non è cosa pubblica questa? Non è cultura? A cosa serve la cultura se non a creare consapevolezza e pensiero critico, ad educare, informare, formare, liberare, attivare l’opinione pubblica perché tuttə possano prendersi cura della salute del proprio corpo-territorio, della propria comunità multispecie di animali umani, non umani e piante? A cosa serve la cultura se con questa non ci curiamo la natura, se con questa non difendiamo la vita?
Il lavoro ci ha portato e porta a frequentare scuole primarie e secondarie di primo e secondo grado. Caro Pecci e Cara Fondazione, avete idea dell’ansia e della disillusione che caratterizzano le generazioni più giovani? Lə bambinə e lə adolescenti di oggi sanno che noi adulti abbiamo negato loro la libertà di vivere il presente serenamente e di sognare un futuro sereno. Una bambina di circa sei/sette anni ci ha raccontato un incubo ricorrente: in città non ci sono più alberi e lei non riesce più a respirare.
Caro Comune di Prato, sai cosa puoi farci con i rendering della Prato Urban Jungle, poi Prato Forest City, esposti all’Urban Center del Centro Pecci (progetto di cui vorremmo tanto conoscere i risultati ma di cui oggi vediamo solo un sito web vuoto, una pagina bianca)? La stessa cosa che puoi farci con l’inglese americano che piace tanto al marketing dei lavaggi verdi ovvero al greenwashing di una politica e di un’economia che chiamano alla responsabilità solo lə singolə cittadinə – “dona per piantare un albero, fai la differenziata e usa la borraccia!” – senza legiferare seriamente, senza responsabilizzare le aziende, senza investire in mezzi di trasporto pubblici, senza de-finanziare gli allevamenti intensivi, senza finanziare attività agricole biologiche, senza governare il turismo affinché sia lento e diffuso, senza fare educazione attraverso tutti gli strumenti e spazi possibili, dalle scuole ai centri sociali, culturali e ai media.
Non è affatto giusto e nemmeno logico sensibilizzare solo le generazioni più giovani. Cosa aspettano le istituzioni culturali a educare gli adulti? Sono i genitori a fare la spesa, a fare shopping, a votare alle elezioni politiche. Con questi adulti che vivono solo per produrre-consumare e con questə governanti che lavorano solo per il proprio potere, comprendiamo bene le ragioni sociali per cui oggi lə bambinə soffrono di ecoansia e lə adolescenti non riescono ad immaginare un futuro sereno o anche solo un futuro.
Noi adulti sappiamo che stiamo avvelenando noi stessə e la nostra prole con carne all’antibiotico-resistenza, pesce di microplastiche e ortaggi al glifosato?
In Italia non facciamo educazione alimentare allo stesso modo in cui non facciamo educazione sentimentale, altra conoscenza di cui abbiamo un disperato bisogno. Crediamo che per ricordare l’entità sistemica della violenza di genere possa essere sufficiente nominare i due recenti casi nazionali, tra i vari casi quotidiani: il sito web Phica.eu con circa 38mila uomini iscritti, attivo dal 2005, destinato alla pubblicazione di materiale a sfondo sessuale e sessista, non consensuale (a quanto pare, nonostante le molteplici denunce, la Polizia Postale ha dormito finché il caso non è esploso a livello mediatico), ed il gruppo Facebook di oltre 32mila uomini chiamato “Mia Moglie”, che per sei anni ha praticato violenza di genere digitale in branco, sotto la protezione o comunque indifferenza di Meta che, finché la cosa non è stata scoperta e denunciata da alcune donne, ha ritenuto che lo scambio di foto intime senza consenso e commenti sessisti sui corpi delle proprie e altrui mogli o compagne, fosse evidentemente in linea con il proprio codice etico.
Oggi, oltre che dai partner in casa, dobbiamo aver paura e difenderci pure dai partner sui social. Ovviamente il patriarcato esercita il suo potere anche attraverso il tecnocapitalismo e da questo match non poteva che nascere l’era della Uomosfera o (Manosphere in inglese). Possono le istituzioni culturali prendersi la responsabilità di educare al CONSENSO gli adulti? Altrimenti, seriamente, che ci state a fare? Possono le istituzioni culturali LOTTARE insieme al movimento femminista affinché anche in Italia, come nel resto d’Europa, l’educazione sessuo-affettiva diventi OBBLIGATORIA dall’asilo all’università? E non solo in ambito scolastico: lo scaricabarile alle sole Scuole (senza poi fornire mezzi e soprattutto personale specializzato) non è affatto sufficiente in una società patriarcale. Abbiamo bisogno di corsi educativi e spazi sicuri sia per bambinə e adolescenti che per famiglie, genitori e non, adulti in generale, in luoghi della comunità, in spazi pubblici di sapere pubblico, come biblioteche, teatri, musei. Noi che non andiamo più a scuola, da chi possiamo aspettarci questa educazione (gratuita) se non dai centri culturali?
L’educazione è una responsabilità sociale. Ed il sapere è sempre collettivo e transdisciplinare. Cosa ce ne facciamo della conoscenza se non viene divulgata, condivisa, collettivizzata? Esiste qualcosa di più importante della conoscenza come strumento di prevenzione? Esiste qualcosa di più importante della difesa della vita, quindi della salute fisica e psichica, come fine sociale? Perché in piazza a lottare contro la violenza di genere (per la vita e sopravvivenza del Corpo) o contro la violenza ambientale (per la vita e sopravvivenza del Territorio) non ci sono tutte le organizzazioni culturali e tutte le generazioni? Perché “questi giovani” e “queste femministe” non hanno il sostegno delle istituzioni? E le famiglie, non hanno a cuore la loro salute e sopravvivenza? Chi educa gli adulti che continuano a vivere in modo insostenibile e procreare vite insostenibili?
Vogliamo ancora credere alla favola dell’amore romantico inventata dal sistema patriarcale e capitalista per frammentare la società in famiglie nucleari sempre più isolate nel mito della proprietà privata e nell’illusione che queste piccole unità sociali soprattutto economiche possano essere autosufficienti?
L’educazione è una responsabilità sociale. A che servono le istituzioni culturali se non a fare comunità, educare e difendere la vita?
Mentre lavoriamo a questo testo, leggiamo da ISPI – Istituto per gli Studi di Politica Internazionale:
Se quest’estate hai visto plastica in mare, non è stato un caso.
Secondo l’UNEP (il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente), ogni giorno nel Mar Mediterraneo finiscono circa 730 tonnellate di plastica. È come se ogni 14 minuti un camion da 7 tonnellate rovesciasse il suo carico in mare.
La plastica costituisce tra il 95 e il 100% dei rifiuti galleggianti e più della metà di quelli sui fondali. Sulle spiagge, le plastiche monouso rappresentano oltre il 60% dei rifiuti raccolti. Pur contando solo l’1% delle acque globali, il Mediterraneo contiene il 7% delle microplastiche del pianeta, con concentrazioni che superano i 64 milioni di particelle per km².
Nemmeno gli abissi sono risparmiati. Uno studio del 2025 ha rilevato che nel punto più profondo del Mediterraneo, il Calypso Deep (ad oltre 5.000 metri di profondità nel Mar Ionio), si trovano 26.715 rifiuti per km², l’88% dei quali è plastica. È una delle concentrazioni più alte mai registrate in mare profondo, superata solo da due canyon nel Mar Cinese Meridionale.
E la plastica non resta confinata in mare: entra nella catena alimentare, arriva nei nostri piatti e, come dimostrato da uno studio del 2022, perfino nel nostro sangue.
Le cause sono note. Coste densamente popolate, turismo e modelli economici “take-make-waste” (prendi-produci-getta) sono tra i principali fattori. In estate, con l’aumento dei flussi turistici, la plastica in mare aumenta fino al 40%.
Ed è proprio questa pressione antropica, unita alla conformazione del bacino, a fare del Mediterraneo una vera trappola per la plastica: un mare semichiuso, con correnti che la intrappolano, fiumi che la trasportano e centinaia di milioni di persone che ne aggravano l’inquinamento.
L’Unione Europea ha già adottato misure per limitare la plastica monouso e le microplastiche e punta a rendere tutti gli imballaggi di plastica riutilizzabili o riciclabili entro il 2030.
Ma il tempo stringe. Salvaguardare il Mediterraneo significa salvaguardare anche la nostra salute.
La nostra Cultura deve ripensarsi in simbiosi con la Natura, che significa mettere LA VITA al centro del proprio pensiero-agire.
Se la specie umana, soprattutto quella da più tempo responsabile del Capitalocene, non cambia il proprio stile di vita, insostenibile per la Vita, se non inizia a prioritizzare la Salute del Mondo, è destinata solo a soffrire ed estinguersi. Intanto però siamo qui, nei nostri salotti bianchi e borghesi, a fingere che ci importi qualcosa dell’Arte, che ci importi di salvaguardare le opere nei Musei: lo sappiamo che la fragilissima Italia si sta tropicalizzando e che, oltre ai nostri ghiacciai, presto anche i nostri amati affreschi si scioglieranno nelle sempre più calde temperature? Chi sta proteggendo cosa? Davvero non sentite addosso tutta questa fragilità? E responsabilità?
Questa ipocrisia ci fa arrabbiare quanto la violenza. Ogni giorno abbiamo mille ragioni per ripetere quel gesto potente, corporeo e simbolico, di Carla Lonzi: sì, sputiamo su Hegel e su tutta la Cultura che se ne frega della Vita.
Possibile che le istituzioni culturali non diano ancora priorità a questa lotta? Oltre che speculare sul tema ambientale, cosa state facendo? Come lavorate per ridurre il vostro impatto ed essere più sostenibili? E per condividere conoscenza-prevenzione nella vostra comunità? Quale il vostro ruolo sociale nel territorio? Oltre a “sensibilizzare” il solito pubblico che ha potere di accesso/acquisto ai vostri luoghi/eventi, con mostre che poi finiscono in cataloghi magari nemmeno stampati su carta riciclata e che solo 1 persona su 100 può permettersi di comprare, cosa fate esattamente?
E se è troppo tardi per prevenire o prevenire non basta, allora attiviamoci tuttə per curare.
15. Cultura e cura.
[UN LIBRO DA INTERIORIZZARE] Infine, all’ultima parola chiave della nostra “lista”, condividiamo un’altra lettura per noi fondamentale: Manifesto della cura. Per una politica dell’interdipendenza del gruppo accademico e attivista, di base a Londra, The Care Collective (Alegre, 2021). Il capitolo tre parla di comunità e inizia così:
Negli ultimi decenni abbiamo fatto esperienza diretta di cosa significhi vivere in un sistema accelerato di solitudine organizzata. Siamo stati spinti ad agire come soggetti iperindividualizzati, a sentirci sempre in competizione e a pensare sempre a noi stessi. Ma per riuscire a prosperare davvero abbiamo bisogno di comunità in cui prenderci cura di noi. Abbiamo bisogno di dimensioni locali in cui crescere, supportarci a vicenda e generare reti di appartenenza. Abbiamo bisogno delle condizioni necessarie a creare comunità che siano di supporto alle nostre capacità e alimentino la nostra interdipendenza.
La cura non ha a che fare soltanto con le nostre relazioni più intime, come la famiglia e le amicizie, ma prende forma anche nei contesti che abitiamo e attraversiamo: comunità locali, quartieri, biblioteche, scuole e parchi, gruppi e reti sociali di appartenenza.
Come possiamo creare delle comunità che rendano le nostre vite migliori, più felici o addirittura – in alcuni casi – anche solo possibili? Che tipo di infrastrutture sono necessarie a creare comunità capaci di prendersi cura?
Sono quattro gli elementi fondamentali per dare vita a una comunità di cura: il mutuo soccorso, lo spazio pubblico, la condivisione di risorse e la democrazia di prossimità.
Primo, le comunità di cura si basano su diverse forme di mutuo soccorso tra le persone che ne fanno parte, dalle pratiche di buon vicinato ai gruppi di mutuo aiuto che hanno risposto alla pandemia di Coronavirus. Come abbiamo mostrato nel capitolo precedente, tali forme di sostegno sono spesso spontanee, nascono dal basso, ma per riuscire a dare continuità alle proprie attività e mantenersi sul lungo periodo hanno bisogno di un sostegno strutturale.
Secondo, le comunità di cura hanno bisogno dello spazio pubblico, ovvero di uno spazio in coproprietà tra tutti, gestito in comune anziché requisito dagli interessi privati. Espandere il nostro spazio pubblico significa invertire la tendenza compulsiva del neoliberismo a privatizzare tutto.
Terzo, le comunità di cura danno priorità alla condivisione delle risorse, da quelle materiali come gli attrezzi a quelle immateriali come le informazioni online. La condivisione di risorse caratterizza sia le relazioni interindividuali che collettive, in contrapposizione all’accaparramento da parte di pochi, o all’obsolescenza programmata di prodotti usa e getta.
Quarto, le comunità di cura sono democratiche. Ampliano la partecipazione alle istituzioni locali attraverso un municipalismo radicale e una gestione cooperativa, e favoriscono la ricostruzione del settore pubblico attraverso l’espansione e l’internalizzazione dei servizi di assistenza, contrapponendosi al processo di esternalizzazione che accompagna la privatizzazione. Facendo riferimento ad alcune esperienze concrete, passate e presenti, spiegheremo come questi elementi possano permettere alle comunità di cura di rafforzarsi e diventare contesti plurali ed eterogenei.
Coniugati insieme questi quattro elementi formano quella che definiamo “infrastruttura della condivisione” di una comunità.
In Occidente, l’ordine stabilito dallo Stato patriarcale e capitalista è fallito. Il sistema di assistenza sociale è fallito. La famiglia nucleare (invenzione dello Stato patriarcale e capitalista) è fallita. Nel secolo della solitudine, “ri-generare comunità” – come dichiarate di voler fare – è la sfida culturale più grande, necessaria e urgente. Occorre però essere consapevoli di come e perché siamo arrivatə alla catastrofe contemporanea; è fondamentale fare autocoscienza, autoanalisi, autocritica, mettersi in ascolto e in discussione, de-costruirsi, liberarsi, dis-imparare, re-imparare, interrogarsi, immaginare altri modi di stare al mondo, accogliere sempre nuove domande ed essere all’altezza di universo senza risposte. Grazie a tutte le Dee dell’Universo, esistono teorie e pratiche femministe per fare tutto questo!
Cara Prato, come ci attiviamo per costruire insieme un’infrastruttura della condivisione in questa città?
Noi vogliamo partecipare a questa trasformazione sociale, culturale, politica, locale e planetaria, guidata da una cosmovisione femminista, transfemminista, ecofemminista, antispecista, anticapitalista, pacifista: dall’economia della solitudine e della competizione, all’economia della cura e della cooperazione. Vogliamo vivere in una democrazia della cura! Siamo consapevoli della complessità ma anche radicalmente convinte che questa sia l’unica strada giusta e sensata da percorrere insieme.
Le maggiori istituzioni culturali del territorio sono disposte a collettivizzare risorse e responsabilità, a distribuire il proprio potere per favorire processi di co-progettazione, a facilitare la partecipazione di tutte le comunità e persone, a declinare la cultura al plurale in modo che possa generare incontri, relazioni, socialità, saperi, conoscenze, convivenze e quindi benessere sociale?
Nel saggio Se amore guarda. Un’educazione sentimentale al patrimonio culturale (Einaudi, 2023), il critico d’arte Tomaso Montanari scrive: “Si fa un gran parlare di quella che dovrebbe essere la valorizzazione del patrimonio culturale, ma dovremmo chiamarla: educazione al patrimonio culturale.” Questo significa spostare lo sguardo dall’arte alla comunità e avvicinare le persone sulla base di cosa ci accomuna: l’emozione, il sentimento, il sentirsi animali umani, il sentirsi animali, mossi dall’anima, dalla vita. Se oggi le istituzioni culturali vogliono avere ancora ragion d’essere, devono porsi l’obiettivo di educare. E quindi devono essere spazi aperti, accessibili, accoglienti, dinamici, partecipati, vissuti, continuamente co-costruiti. L’arte è un mezzo per educare all’umanità, non il fine della propria esistenza.
E cosa significa EDUCARE? Significa creare pensiero critico. Per spiegarci meglio, usiamo le parole di Nawal al-Sa’dawi (1931-2021), femminista egiziana di fama internazionale, scrittrice, attivista e psichiatra:
Ogni sistema politico ha un certo sistema educativo per controllare la mente delle persone. Senza controllare le menti delle persone, non puoi governarle, non puoi dominarle. E questo è universale. Il sistema educativo è più o meno un sistema poliziesco che controlla le menti, che di fatto le manipola. Così diventiamo obbedienti al sistema, ai professori, alle università. E buona educazione significa creare disobbedienza. Quando mi chiedono cosa sia buona educazione, io dico creare dissenso, creare disobbedienza. E cos’è il dissenso? Dissenso è dire no ad un sistema che è molto ingiusto. Se la legge è ingiusta, io devo romperla. È mio diritto. Questo è senso comune. Creatività significa senso comune. – [nostra traduzione dall’inglese di un frammento di una lezione di Nawal al-Sa’dawi al convegno Creatività, Dissenso e Donne tenutosi a New York nel 2011].
Se Prato è una città multiculturale ma la cittadinanza pratese non conosce ancora le culture che abitano la propria città, allora servono spazi per incontrarsi, luoghi per esercitare la convivenza, progetti e percorsi sulla compresenza e contemporaneità delle culture, spazi ed eventi fuori dalla logica del profitto.
Che ci fa invece un ristorante per bianchi borghesi al Centro per l’arte contemporanea Pecci? Quale relazione ha questa attività con il centro culturale e con la città? Uno spazio che mette a disagio già da fuori, dalle vetrine, che ti fa capire chi vuole e chi non vuole, che crea distanza sociale e, di fatto, tiene lontane le persone che visitano il museo. Di certo noi, che da un episodio accaduto nel 2016 non ci abbiamo più messo piede: non era ancora stato riaperto il bar nell’anfiteatro, un amico si sentiva poco bene, un calo di pressione, così abbiamo osato chiedere al bancone del ristorante un caffè zuccherato e un bicchier d’acqua ma siamo state letteralmente cacciate: “qui possono stare solo i clienti del ristorante”. Lo stesso ristorante poi, ospitando una cena aziendale natalizia, in un’altra occasione, ha disturbato la nostra visita al museo non permettendoci di ascoltare una video installazione per il volume troppo alto delle canzoni da trenino che usciva dalla festa privata. No, cafoneria non fa rima con cultura.
Accoglienza, relazione, gentilezza, cura – invece – sì.
[UN BUON ESEMPIO] Quanto sarebbe bello se al Centro Pecci ci fosse un ristorante con cucina multietnica dove pranzare o cenare a prezzi accessibili, un ristorante dinamico, trasformabile in un salotto-laboratorio dove fare corsi di cucine del mondo, incontrare e conoscere saperi e sapori, ricette e piatti che abitano nelle case della nostra città multiculturale!? Potremmo prendere esempio dalla meravigliosa esperienza del ristorante MOLTIVOLTI che, durante la nostra residenza a Palermo nel 2018 per il progetto #CCTravellers, abbiamo frequentato con tanta gioia – (sì, GIOIA! questo dovrebbe comunicare un luogo se la sua intenzione è avvicinare tutte le persone e farle stare bene) – e che, sul proprio sito web, si presenta così:
Moltivolti nasce il 24 aprile 2014 dall’incontro di un gruppo di persone provenienti da paesi diversi: Senegal, Zambia, Afghanistan, Bangladesh, Costa d’Avorio, Gambia, Tunisia e Italia. È un progetto nato nel cuore di Ballarò, a Palermo, che unisce persone, culture e idee per costruire un futuro più inclusivo e sostenibile. Siamo un’impresa sociale, un ristorante, un coworking e molto di più: un laboratorio di convivenza dove la diversità è un valore fondante, e ogni incontro è un’opportunità. Lavoriamo ogni giorno per creare un modello concreto di integrazione, dove il cibo, il lavoro e l’incontro tra persone diventano strumenti di cambiamento. Crediamo in un’economia che mette al centro la dignità umana, che valorizza i talenti e costruisce comunità. Moltivolti è fatto di storie, di sogni condivisi, di identità che si intrecciano e si arricchiscono a vicenda.
Nel 2018, Moltivolti si dota di un ulteriore strumento costituendo una APS (associazione di promozione sociale) di supporto alle attività socio-educative e di turismo responsabile. L’associazione Moltivolti condivide visione e obiettivi dell’impresa sociale focalizzandosi maggiormente su cooperazione allo sviluppo attraverso esperienze di turismo responsabile; educazione sociale antirazzista, educazione alle differenze, momenti informativi con studenti e studentesse di scuole e università sul tema delle disuguaglianze globali, migrazione, accoglienza e servizi offerti alla comunità.
Perché le istituzioni non riescono a fare questo? O meglio, perché non vogliono fare questo? Perché scelgono di costruire ostilità e vanità, invece di accoglienza e vita pubblica?
Altro spazio al Centro Pecci di cui non capiremo mai il senso: l’Urban Center (scritto in inglese americano – center, invece del britannico centre – che, evidentemente, il suono del suprematismo statunitense suona più figo a Pecci e Comune); il sito ufficiale lo descrive “una piazza della città all’interno del Centro Pecci, un laboratorio permanente dedicato alle trasformazioni urbane, alla sostenibilità e all’innovazione”; noi però in questi anni ci abbiamo visto in esposizione soprattutto rendering di progetti incompiuti o mai realizzati dal Comune, come ad esempio quello di “Prato Forest City”. Uno spazio-vetrina propagandistico, più che una piazza.
E se invece di un Urban Center per la vana vanità istituzionale, ci fosse uno spazio DAVVERO urbano, della città, collettivo e condiviso, a disposizione gratuita di tutte le realtà culturali del territorio!? Un circolo comunitario e ricreativo di ARTIVISMO!! Ri-nominiamo questo spazio, ri-significhiamolo insieme, occupiamolo!!!
Perché cosa ce ne facciamo dell’arte se non lotta, se non educa, se non emoziona e muove le coscienze, se non desidera cambiare il mondo creando pensiero critico e dissenso?
Non possiamo più permetterci di intendere l’arte come qualcosa di disincarnato e decontestualizzato, separato dall’intenzione politica e dall’azione sociale. Il lusso di un’arte pubblica disimpegnata, fine a se stessa e magari pure chiusa in se stessa, che più non si fa capire e meglio è, è un privilegio non più tollerabile! Ed è pure un crimine. Se i beni culturali, musei, teatri, biblioteche, centri culturali, monumenti, opere, sono della cittadinanza e dell’umanità, devono farsi capire da tuttə. Devono comunicare CON tuttə. Devono accogliere tuttə. Devono essere accessibili per tuttə. Devono essere luoghi liberi, sicuri e gratuiti. Altrimenti sono inutili contenitori che rubano risorse pubbliche.
Potremmo scrivere ancora molto ma concludiamo qui il nostro generoso contributo in preparazione e attesa della “giornata di lavoro comune” e gratuito, alla quale parteciperemo perdendo un giorno di lavoro. Ci vediamo comunque il 17 settembre.
P.S.
Nel frattempo, Fondazione e Pecci potrebbero riflettere sul riconoscimento economico da offrire, in modo da non discriminare chi invece quel giorno non potrà permettersi questo sacrificio. E magari prevedere di organizzare altri incontri in altre date. E magari con altre modalità, attraverso un metodo decisionale collaborativo (cosa piuttosto facile oggi, con le tecnologie digitali). Inoltre, per l’eventuale presenza di genitori, potrebbe essere garantito e quindi annunciato un servizio di cura e intrattenimento educativo per le piccole persone. Il pranzo, invece, ci aspettiamo che sia offerto e vegano, con prodotti biologici del territorio, perché altrimenti non è credibile interessarsi alla crisi ambientale. A proposito: perché non aderire al progetto Mense per il clima, promosso da Essere Animali, anche a Prato?
“Teoria e pratica, sempre insieme. Alle parole devono conseguire e corrispondere scelte, azioni e fatti, concreti e coerenti. Consapevolezza e coerenza sono un dovere pubblico, responsabilità sociale, quando si ha il potere/privilegio di attuarle.” – Regola num. 2 del ‘Manuale etico per le istituzioni’ che raccoglie norme da rispettare nel mondo femminista che vogliamo immaginare e costruire. In caso di mancata osservanza, nessuna punizione ma la rivolta!
Il nostro manifesto femminista si intitola MANIFESTA e IMMAGINA. Proviamo a metterlo in pratica ad ogni nostra azione e partecipazione. È ciò che abbiamo provato a fare anche qui.
Con rabbia e gioia,
GLTeam
Alcune risorse che ci hanno ispirate nella scrittura di questo testo:
Libri
Comunque nude. La rappresentazione femminile nei monumenti pubblici italiani, Mi Riconosci, a cura di Ester Lunardon, Ludovica Piazzi (Mimesis, 2023)
Il secolo della solitudine. L’importanza della comunità nell’economia e nella vita di tutti i giorni, Noreena Hertz (il Saggiatore, 2021)
La città femminista. La lotta per lo spazio in un mondo disegnato da uomini, Leslie Kern (Treccani, 2021)
La gentrificazione è inevitabile e altre bugie, Leslie Kern (Treccani, 2022)
Manifesto della cura. Per una politica dell’interdipendenza, The Care Collective (Alegre, 2020)
Oltre il turismo. Esiste un turismo sostenibile?, Sarah Gainsfoth (eris, 2020)
Oltre la grande bellezza. Il lavoro nel patrimonio culturale italiano, Mi Riconosci, a cura di Leonardo Bison e Marina Minniti (DeriveApprodi, 2021)
Patrimonio e coscienza civile, Tomaso Montanari in dialogo con Mi Riconosci (Castelvecchi, 2020)
Se amore guarda. Un’educazione sentimentale al patrimonio culturale, Tomaso Montanari (Einaudi, 2023)
Sono normale? Due secoli di ricerca ossessiva della “norma”, Sarah Chaney (Bollati Boringhieri, 2023)
Articoli
FestA! Il manifesto dei festival, cheFare, 2025)
“Movimiento Justicia Museal”, un proyecto de acción artística con fines de intervención, 26 ottobre 2020
La Global Sumud Flotilla trasporta i nostri limiti e le nostre buone intenzioni, Federica D’Alessio, Kritica, 28 agosto 2025
Liberə, non coraggiosə. Una critica guastafeste, Elena Mazzoni Wagner, gioia libera tuttə, 6 giugno 2025
Un manifesto per i Festival. Esercitando un diritto e non vendendo un prodotto, Giulia Alonzo, Altreconomia, 8 luglio 2025
Nuovo report: «PFAS anche in Toscana, inquinamento diffuso e fuori controllo. Ormai è emergenza nazionale», GreenPeace Italy, 19 marzo 2024
Ora siamo irritati, ma la Flotilla non è ciò che ci irrita, Dalia Ismail, Invictapalestina, 31 agosto 2025
Video
“Creativity, Dissidence, and Women” – Dr. Nawal El Saadawi, 2011
Webinar – Francesca Albanese incontra le scuole, Docenti per Gaza, 26 marzo 2025
Siti web
CCT studio | Communication for Culture & Territory: cct.world
Diritto alla Festa: www.dirittoallafesta.it
Docenti per Gaza: www.docentipergaza.it
Mense per il Clima: menseperilclima.it
Mi Riconosci: www.miriconosci.it
(Piccolo) Manifesto dell’indicibile: leindicibili.wordpress.com










