Israele sta commettendo un genocidio a Gaza con la complicità dell’Occidente, incluso il nostro Stato. E noi siamo qui, a parlare di cura. Ci sentiamo a disagio in questo privilegio, stiamo male in questa impotenza. Voi come state? Come vi sentite? Noi, come abbiamo scritto nel nostro contributo gratuito in risposta a questa iniziativa – pubblicato il 4 settembre su www.gioialibera.it, dal titolo “La cultura è di tuttə e non è una sola” – siamo arrabbiate e senza fiducia: non abbiamo più alcuna fiducia nelle istituzioni.
Le nostre istituzioni – tutte, anche quelle culturali – sono organizzazioni pensate e costruite da un sistema patriarcale e capitalista, un ordine del mondo gerarchico e discriminante, basato su oppressione e violenza, capace di produrre solo diseguaglianze e distruzione, rovine e rifiuti. Un mondo che ha normalizzato la guerra. Come abbiamo scritto, crediamo sia fondamentale attivare un discorso-confronto pubblico con l’obiettivo radicale di depatriarcalizzare, decolonizzare, degerarchizzare il sistema culturale pratese-toscano-italiano o, in altre parole, liberare la cultura intesa in senso ampio, dinamico, plurale e orizzontale. Da dove partire? Dalle teorie e pratiche femministe, ovviamente.
Tra le 15 parole in relazione all’idea di “cultura” – o meglio al costrutto sociale del concetto “cultura” secondo una posizione e cosmovisione occidentali – intorno alle quali abbiamo ragionato, c’è anche la parola “CURA”. La quindicesima della nostra lista, l’ultima perché la più importante. Una parola che conosciamo grazie alle nostre madri e sorelle del mondo, grazie alla cultura femminista, ai femminismi, alla storia e ai movimenti delle donne e comunità queer, agli studi di genere e decoloniali, all’ecofemminismo, al transfemminismo.
“Sono quattro gli elementi fondamentali per dare vita a una comunità di cura: il mutuo soccorso, lo spazio pubblico, la condivisione di risorse e la democrazia di prossimità. […] Coniugati insieme questi quattro elementi formano quella che definiamo ‘infrastruttura della condivisione’ di una comunità.” – Scrive il gruppo accademico e attivista londinese The Care Collective in il Manifesto della cura. Per una politica dell’interdipendenza (Alegre, 2021). Cara Prato, come ci attiviamo per costruire insieme un’infrastruttura della condivisione in questa città? Noi alcune idee le abbiamo e un po’ sono già condivise nel nostro articolo.
Nell’autoformazione sulla CURA, nel desiderio-volontà-scelta di educarci alla vita, alla complessità della vita – che non ha niente, niente, niente di binario! – alla naturcultura del corpo-territorio che siamo, al cambiamento, alla creatività, al pensiero critico, al dissenso, alla giustizia, alla gestione del conflitto, alla gentilezza, alla sostenibilità, alla cooperazione, alla convivenza, al consenso, alla pace… e mentre co-progettiamo la seconda edizione della Scuola Politica Femminista organizzata dalla Casa Internazionale delle Donne di Roma (una delle centinaia – forse, migliaia – di realtà dell’Italia Femminista che stiamo mappando su www.gioialibera.it), abbiamo incontrato un altro testo da abbracciare: Ecologie della cura. Prospettive transfemministe (Orthotes, 2021) a cura di Maddalena Fragnito e Miriam Tola, con saggi di varie pensatrici. Così oggi, per il nostro intervento su “cultura e cura”, avremmo voluto condividere la lettura di molti frammenti del libro, particolarmente rilevanti per questa riflessione collettiva. Ma 4 minuti non bastano.
Tra i saggi che più abbiamo sottolineato, Perdersi nella foresta di Françoise Vergès. Ad esempio, a domande come “Che cosa intendiamo quando parliamo di cura? Chi rimane (in)visibile? Chi si cura dell’ecologia? Come si decolonizzano le istituzioni (artistiche)? Che cosa ci tiene insieme?” – la politologa e attivista francese, esperta di femminismo decoloniale, risponde:
Consideriamo per un momento il museo pubblico, un’invenzione e un pilastro della cultura Occidentale. […] Chiediamoci se valga la pena salvare qualcosa di questa istituzione. Nel rispondere a questa domanda, ci confrontiamo con il problema di superare la costruzione coloniale della temporalità e della narrazione. […] Non può esserci emancipazione senza riflessione sull’arte e la cultura, senza trasformazione del campo narrativo. […] Tuttavia, decolonizzare non può essere solo un problema di rappresentazione. Anche se è importante, non basta introdurre diversità nelle collezioni artistiche, cambiare i testi, organizzare tavole rotonde sulla differenza, sulla storia dell’arte non europea. Il museo è una struttura economica e sociale con precise gerarchie di razza, genere e classe. Quando immaginiamo un museo decoloniale dobbiamo guardare alla struttura dell’istituzione prima di pensare al programma culturale. Significa pensare alle persone dei piani inferiori, quelle che si occupano delle pulizie, che lavorano come guide, guardie, segretarie. Dobbiamo riflettere sull’architettura e sulle gerarchie di genere e razza in essa iscritte. Prima poniamo domande su come, dove e in quali condizioni si lavora nelle istituzioni artistiche. Poi pensiamo alla rappresentazione.
E prosegue:
Siamo troppo abituatə all’idea che sedere intorno a un tavolo e parlare sia l’unica architettura possibile del pensiero e che sia indispensabile. […] Ho proposto di raggiungere una foresta perché è il luogo dove le streghe, i movimenti di guerriglia, le persone in fuga dalla schiavitù e le formazioni partigiane si ritrovavano per vivere, fare l’amore e combattere. La nostra camminata attraverso i boschi è diventata parte di una performance collettiva. Lo ricordo come un evento molto bello, pieno di serenità e di gioia. Abbiamo mangiato sotto una quercia maestosa e sotto quei rami abbiamo scritto un manifesto sull’immaginazione utopica. […] È importante nutrire e incoraggiare modi molteplici di esprimere ricordi. Anche se alcuni non si esprimono a parole, la performance, l’arte, la letteratura e la poesia possono toccarci nel profondo. Mi chiedo come sia possibile capire il mondo adottando uno stato di curiosità permanente, con umiltà e rispetto. Penso alla curiosità per interrogativi condivisi, non per eventi spettacolari: che cosa possiamo fare insieme? Che cosa ci tiene insieme? Perdersi nella foresta può diventare parte di un processo di condivisione? Apriamoci a questi momenti imprevisti e imprevedibili.
Se qui ed ora esiste una reale intenzione comune di costruire una cultura della cura, possiamo allora decidere di organizzare insieme molti momenti imprevisti e imprevedibili, magari a partire proprio dalla lettura collaborativa di quest’opera collettiva: Ecologie della cura. Prospettive transfemministe.
Con rabbia e gioia,
GLTeam – il team di gioia libera tuttə