NOVITÀ! Abbiamo iniziato a mappare realtà femministe italiane oltre i confini italiani. E, come si vede nella mappa, c’è già un cuoricino viola pure oltreoceano, che emozione.
Racconteremo di più… Intanto qui una riflessione sui “confini” e – come sempre – l’invito ad inviarci segnalazioni per la mappatura (GRAZIE).
“Confini”
Nel manifesto femminista di gioia libera tuttə – MANIFESTA e IMMAGINA – usiamo la parola “confini” due volte (al singolare, zero):
[…]
siamo stufə di Confini, Identità, Nazione,
Patria e relativi Padri Padroni…
queste parole ci fanno paura, terrore, orrore:
non le vogliamo più sentire!
Parliamo invece di Matria,
di cosa ci fa sentire ovunque a casa
[…]
vogliamo essere Mediterraneo-Appennino-Alpi
senza confini
[…]
Non è un caso che nel nostro manifesto la parola “confini” compaia solo per essere rifiutata. I confini sono dispositivi di una geografia del potere con cui gli Stati-nazione, con la loro violenta pretesa di rappresentare popoli interi sulla base di pseudo-identità, hanno organizzato e continuano ad organizzare il mondo. Le linee tracciate dagli Stati nazionali non si limitano a separare spazi: costruiscono gerarchie tra le vite, stabiliscono chi può attraversare e muoversi e chi, invece, deve restare fermə; decidono chi appartiene ad un luogo e chi è fuori posto. E in questa divisione normalizzata non c’è nulla di naturale: si tratta di potere, controllo, esclusione, discriminazione, ingiustizia – una tensione strutturale verso la guerra.
Ne Le origini del totalitarismo, pubblicato in prima edizione nel 1951, Hannah Arendt scrive: “Il nazionalismo era essenzialmente l’espressione di questo pervertimento dello stato in uno strumento della nazione, l’identificazione del cittadino col membro di un gruppo nazionale”.
Di questo pervertimento non ci siamo ancora liberatə. Il nazionalismo continua ad attraversare il presente, a riorganizzarsi, a riprodursi dentro le democrazie contemporanee, con linguaggi nuovi e neologismi come “sovranismo” ma la stessa logica. Dobbiamo allora ricordarci che ciò che è stato costruito può essere anche smontato. Il nazionalismo non è inevitabile. Non è naturale: è un prodotto storico. E proprio per questo possiamo farlo sparire. A partire, ad esempio, dalle mappe che scegliamo di tracciare e re-inventare.
Confini, Identità, Nazione, Patria
I confini hanno una storia. E questa storia è fatta di guerre, colonialismo, razzializzazione, controllo dei corpi, patriarcato. I confini ci parlano di violenza. Quando scriviamo di essere “stufə di Confini, Identità, Nazione, Patria” stiamo rifiutando un immaginario politico fondato sul pensiero dicotomico (noi e lə altrə), sulla divisione che separa e gerarchizza, sulla costruzione sociale della paura come emozione nei confronti di soggettività “altre” e sull’autocelebrazione di un “noi” suprematista che, invece di affermarsi eticamente e gioire del suo continuo divenire, esiste narrandosi come entità monolitica che esclude ogni divergenza dalla propria “normalità”.
I confini sono costruzioni culturali ma non sono mai astratti, riguardano i territori come i corpi. Sono linee tracciate sulle mappe ma anche dispositivi che decidono chi può muoversi e chi deve restare fermə, chi ha diritto alla vita e chi può essere lasciatə morire. Corpi che, ad esempio, attraversano il Mar Mediterraneo rischiando tutto, in assenza di vie umanitarie sicure. Corpi che annegano, non per fatalità ma per scelte politiche. Il confine è una frontiera tra vite da “difendere” sempre, anche in assenza di reali minacce, e vite che non meritano protezione. Noi rifiutiamo questa geografia della disuguaglianza.
I confini riguardano la possibilità o impossibilità di partire secondo il valore del proprio passaporto. Per le soggettività migranti/migrate razzializzate, il confine resta sulla propria pelle tutta la vita, anche dopo il complicatissimo ottenimento di quel pezzo di carta chiamato cittadinanza. Seppur in modo molto diverso, l’ideologia del confine riguarda tuttə le comunità e persone marginalizzate quando il potere patriarcale e capitalista, espresso e agito a livello istituzionale, giuridico, economico, sociale e culturale, chiede di definirsi dentro identità-categorie-ruoli predefiniti, controllabili, governabili. Altrimenti, in modo più o meno (in)visibile, resti fuori dalla “norma”, eslcusə, discriminatə, con meno diritti, meno libertà, meno desideri considerati legittimi.
E quando invece è uno Stato-nazione che decide di sconfinare, l’ordine sociale appena descritto non vale. Quando ad esempio i coloni israeliani occupano i territori della Palestina, quando lo Stato terrorista e genocida di Israele – con la complicità del cosiddetto Occidente, incluso il nostro Stato – distrugge e ridisegna confini per espandersi, la “legge dei confini” smette di valere. Chi decide quando i confini devono essere rispettati e quando invece possono essere violati e cancellati? Cosa significano i confini per i popoli segregati, oppressi, colonizzati? Come sarebbe il mondo se ogni comunità della nostra specie animale umana avesse sempre vissuto dentro certi confini? E cos’è una comunità? Chi ha il diritto di sentirsi parte e chi no? E perché? Cosa saremmo senza il movimento, senza i movimenti migratori? Quale Storia racconteremmo oggi? Sappiamo che la Terra è Una – lo vediamo persino dallo Spazio – eppure continuiamo a pensarla ed organizzarla come se fosse frammentata, separata, gerarchizzata.
Perché abbiamo inventato confini biopolitici, diviso ciò che è continuo, trasformato il Pianeta in una mappa di Stati-nazione? Chi trae beneficio da questa cosmovisione? E quale senso ha continuare a vivere simbolicamente separatə mentre respiriamo la stessa aria, condividiamo le stesse risorse, viviamo le stesse vulnerabilità? Perché esistono i confini ma soprattutto perché continuiamo a considerarli inevitabili? E cosa potremmo immaginare, se smettessimo di farlo?
Nel cosiddetto Occidente, filosofi, scienziati e politici di genere maschile avrebbero potuto ragionare di più sui limiti di questo unico Pianeta Terra che abbiamo: avremmo forse capito in tempo che concepire la crescita illimitata di produzione e consumo, in un Pianeta limitato, è insostenibile per la Vita, follia, autodistruzione. Invece, abbiamo scelto di ubbidire ad una sola “Ragione”, quella del profitto per una minoranza privilegiata della specie animale umana, quella vantata dalla “civile” e civilizzatrice (ovvero colonizzatrice) Europa, quella che ha consentito alla nostra società di innescare il Capitalocene. Chi ha servito questa “Ragione” patriarcale e capitalista? E chi ha sfruttato invece? Chi ha ignorato, silenziato, invisibilizzato? Di limiti per la sopravvivenza della Vita su questo Pianeta, non di confini per proteggere l’Identità di una Nazione, avremmo dovuto ragionare.
Dove si trova l’Italia Femminista?
Decostruire l’idea di confine è un processo assai complesso. Un’idea con cui, nel mappare l’Italia Femminista, ci siamo di recente confrontate: l’Italia Femminista si trova solo dentro i confini nazionali? Ovviamente no.
La nostra Storia, passata e contemporanea, di popolo migrante è fatta anche di movimenti di donne, femministi e queer. L’Italia – come ogni altro Paese – non è di certo solo un territorio delimitato da linee statali ma una rete viva di relazioni e parentele, rituali e pratiche che attraversano spazi e tempi, lingue e culture diverse. Vogliamo allora mappare anche queste storie, le esperienze di organizzazioni, formali o informali, femministe italiane “Non-Made in Italy” ovvero nate e che continuano a nascere “altrove” rispetto ad una “Patria” definita dalla geobiopolitica: nelle diaspore, nelle disseminazioni, nei territori oltre i confini nazionali, dove la lingua madre fa sempre casa e collante di una Matria che resiste nella memoria convidisa, soprattutto delle piccole cose: gesti, suoni, accenti, modi di dire, ricette, odori, ricordi.
Lo stimolo ci è arrivato dalla capitale tedesca, dove abbiamo già mappato tre realtà: il collettivo e sportello antiviolenza Siamo Mareə Berlino, il collettivo Brigata Transfemminista Berlino e l’associazione Rete Donne* Berlino che ci ha subito collegato ad un rete più ampia, sparsa in tutta la Germania (e non solo), e ad un libro in merito a questa: Donne mobili. L’emigrazione femminile dall’Italia alla Germania (1890-2010) di Lisa Mazzi (Cosmo Iannone Editore, 2012): “Dell’emigrazione italiana nel mondo si sa molto, ormai, ma poco si è scritto della partecipazione delle donne, crescente nel corso del tempo. Meno ancora si è detto dei cambiamenti sostanziali di vita e di cultura che esse hanno dovuto affrontare nelle nuove realtà. La ricerca di Lisa Mazzi, che ha attinto ad una pluralità di fonti – letterarie, d’archivio, giornalistiche, orali -, contribuisce a colmare diversi vuoti: le ragioni e le forme dell’espatrio; il richiamo di alcune aree di partenza; i flussi, le esperienze e la maturazione delle donne italiane in Germania, una delle destinazioni più importanti della nostra emigrazione; l’attenzione per le “nuove mobilità”; gli spunti di convivenza culturale a dimensione europea. Le storie portate all’attenzione evidenziano un forte impegno per l’integrazione e una chiara consapevolezza della propria identità. Non solo emigrate, quindi, ma donne transnazionali.”
Di questa “Berlino italiana e femminista” – che abbiamo avuto modo di incontrare e intervistare – racconteremo di più in un articolo dedicato.
E che significa “Italia” allora?
Mettere in discussione l’idea stessa di “Italia” concepita come Stato-nazione è possibile e necessario. Soprattutto oggi, mentre i nazionalismi tornano ad abitare in modo esplicito e pericoloso molte democrazie occidentali, normalizzando esclusione, razzismo e violenza come strumenti di governo, giustificati da una retorica sovranista e securitaria di matrice fascista: Dio, Patria e Famiglia. Rifiutare questo paradigma autoritario che costruisce identità nazionali sulla base di selezione e chiusura, sulla gerarchia delle vite, significa sottrarsi a una narrazione che pretende di essere universale mentre parla da un posizionamento ben preciso. E significa, allo stesso tempo, aprire spazio, spazio per immaginare un’Italia che non coincide con i suoi confini, che non si esaurisce nello Stato, che non si fonda sull’esclusione bensì sulla relazione. Un’Italia che esiste già – nelle esperienze, teorie e pratiche femministe, nelle migrazioni, nelle diaspore, nei margini, negli attraversamenti, nelle comunità – anche se resta invisibile perché non rientra nelle mappe del potere.
Le persone italiane migrate all’estero sono Italia? O smettono di esserlo a un certo punto? E la loro prole? Chi decide se e come è legittimo sentirsi legati ad un Paese e parte della sua identità (inevitabilmente mobile e plurale)? Come se i sentimenti di appartenenza potessero essere controllati e regolati, che follia. E chi resta fuori dalla narrazione di questo Paese? Ogni discorso nasce da un luogo-corpo di enunciazione. Ogni pensiero è incarnato. Ciò che oggi viene chiamato “Italia” nella propaganda patriottica-sovranista-nazionalista, corrisponde al vissuto delle sue genti? Nella nostra città multiculturale, Prato, ad esempio, basta affacciarsi in una Scuola per rendersi conto che il punto di vista bianco, europeo, “occidentale”, istituzionale e normativo non rappresenta affatto la pluralità dell’esperienza vissuta dalla comunità abitante contemporanea.
Tra le organizzazioni dell’Italia Femminista che abbiamo già mappato dentro i “confini”, ci sono anche realtà femministe fatte da donne e persone non binarie con background migratorio. Ad esempio, la collettiva transfemminista cinese e italiana 一楼Yilou (Bologna) e la collettiva afrofemminista NWANYI (Roma), nata dalla militanza di donne nere e afrodiscendenti femministe in Italia.
Anche loro sono Italia, oppure no? Lo sono meno rispetto a quale “norma”? Meno persino delle persone italiane migrate, che vivono all’estero da decenni? Più o meno dei VIPS italiani che hanno spostato la residenza altrove? Perché – ad esempio – Jannik Sinner può avere la residenza e pagare le tasse a Montecarlo senza infrangere nessuna regola e continuare a “rappresentare” l’Italia nel mondo?
Cosa sente di essere una persona, il suo vissuto, a quali gruppi sente di appartenere, che lingua o lingue parla, quali luoghi chiama casa, come si racconta, dove abita, studia, lavora, dove intesse relazioni, dove si innamora, dove paga le tasse, dove contribuisce al bene comune, dove crea collettività: perché questo ecosistema di legami cambia di valore in base ad alcuni elementi personali come provenienza, pelle e classe sociale? Che valore ha la vita di una persona per lo Stato? Come lo misura? In base a quali criteri, inventati da chi, come, quando, perché? Sì, domande assurde. Assurde come l’idea di confine, frontiera, Nazione. Idee che però abbiamo normalizzato. Perché non è sufficiente essere in vita, abitare il mondo, per avere la stessa libertà di stare e andare, muoversi e rimanere?
Mappare l’Italia Femminista “senza confini” significa riconoscere che nessuna esistenza, nessuna vita, può essere contenuta dentro i confini definiti per legge dallo Stato-nazione. Decostruire e ridefinire il modo in cui pensiamo all’identità di un popolo e Paese, alla separazione e all’incontro, ai confini e meta-confini, è possibile e necessario.
Rifiutare la rigidità dei confini significa accogliere appartenenze diverse, mobili, plurali, fondate su reciprocità, responsabilità condivise e desideri comuni. Significa “fare parentele, non popolazioni“ (come suggerisce il titolo della meravigliosa raccolta di saggi a cura di Adele Clarke e Donna Haraway, pubblicato in Italia da DeriveApprodi nel 2022). Significa immaginare altri modi possibili di stare insieme al mondo, co-abitare, convivere nelle differenze.
Quando nel nostro manifesto scriviamo che “vogliamo essere Mediterraneo-Appennino-Alpi senza confini” non intendiamo cancellare le identità – mai statiche, bensì in continuo divenire – dei territori (oggi trattati dai governi locali come brand), con le loro storie e peculiarità, ma vogliamo liberarci dalla normalizzazione della loro divisione burocratica e conseguente appropriazione/controllo da parte di un sistema di potere violento guidato da logiche capitalistiche di dominio e sfruttamento, contrario alle libertà e all’autodeterminazione così come alla cultura della pace, convivenza e cooperazione. Cosa succede se proviamo a nominare i territori come spazi di relazione, attraversamento, mescolanza? Spazi che non appartengono ma che si condividono.
Alcune note dalla nostra “biblioteca” prima di concludere il discorso (di questo articolo, non certo della riflessione)…
IDENTITÀ ETNICA | Sulle questioni fondamentali legate alla dimensione dell’identità e dell’etnicità, ne parla in modo chiaro il libro dell’antropologo culturale Ugo Fabietti: L’identità etnica. Storia e critica di un concetto equivoco (Carocci, prima ed. 2013, terza ed. 2025). Cos’è l’identità etnica? “È un “dato naturale”, che accomuna individui con la stessa origine, lingua, religione? È una dimensione propria di tutte le società e di tutte le epoche oppure è un aspetto peculiare delle forme di esistenza pre-moderna? O, invece, un fenomeno recente nella storia dell’umanità e il prodotto di circostanze contingenti? Attraverso la presentazione di alcuni casi etnografici esemplari il testo risponde a queste domande, analizzando il concetto di “identità etnica” e i fenomeni a essa collegati.”
IDENTITÀ CULTURALE | Sul concetto di identità culturale, invece, ci viene in mente il saggio del filosofo francese François Jullien: L’identità culturale non esiste (Einaudi, 2018). La rivendicazione di un’identità culturale tende oggi a imporsi in tutto il mondo, a causa dei nazionalismi e della globalizzazione. Ma è un errore parlare di “differenze” che isolano le culture. Conviene, piuttosto, parlare di scarti, che le mantengono l’una di fronte all’altra, promuovendo un terreno comune. Scrive la casa editrice: “Un piccolo libro con una tesi molto grande: per risolvere i conflitti che dilaniano il mondo, e in particolare l’Europa, dobbiamo partire dal concetto di “identità culturale”. Un concetto pernicioso che porta a pensare alla cultura come a qualcosa di statico, determinato, immobile. Un concetto che tende a produrre da un lato comunitarismi integralisti, dall’altro relativismi inerti e indifferenti. Oppure barricate per difendere orticelli culturali o indifferentismo dove tutto va bene purché omologo e uniforme. Invece proprio della cultura è il dinamismo, lo scambio, la permeabilità. Usando la rara peculiarità intellettuale di una doppia conoscenza, quella del mondo occidentale e del mondo cinese, Jullien riesce a stabilire l’unica piattaforma possibile per un’umanità pacificata. Quella in cui le idee e le culture sono qualcosa di dinamico, di fluido, senza steccati. Un antidoto prezioso a un mondo che costruisce barriere.”
STATO-NAZIONE | In Lo Stato-nazione e i suoi mali (Castelvecchi, 2024), l’antropologo statunitense e professore all’Università di Harvard Michael Herzfeld, racconta come l’ombra del razzismo tormenti le nostre società, chiedendosi come arrestarne la marcia: “Lo Stato nazionale è parte della soluzione o rappresenta esso stesso un ostacolo? Forte della sua esperienza sul campo come antropologo in diversi Paesi – dall’Italia alla Grecia, dalla Thailandia agli Stati Uniti e alla Gran Bretagna – Michael Herzfeld indaga i meccanismi e gli attori, primo fra tutti lo Stato, che generano marginalità ed esclusione sociale, decostruendo concetti quali “razza”, “cultura”, “identità” e “patrimonio”, spesso usati come strumento politico per alimentare l’odio per l’altro. Tra incursioni nell’opera di Verdi e passeggiate nel rione Monti, Lo Stato nazione e i suoi mali mostra come l’attaccamento inflessibile all’identità nazionale sia non solo “concettualmente vuoto ma anche politicamente disastroso ed eticamente sbagliato”.
CONFINE | Sul confine c’è un libro che parla di frontiere e soprattutto di coloro che le violano, invitando a cambiare prospettiva: cosa vedremmo se il confine lo guardassimo stando dall’altra parte? IO SONO CONFINE (Eleuthera, 2019) è una ricerca etnografica condotta dall’antropologo iraniano Shahram Khosravi, oggi professore di antropologia sociale all’Università di Stoccolma. “Un libro sulla natura non solo fisica ma anche immaginaria dei confini prende le mosse da un’esperienza di migrazione illegale vissuta in prima persona. Così l’auto-narrazione si coniuga alla scrittura etnografica in un’indagine a tutto campo sull’attuale regime delle frontiere e sui concetti chiave di cittadinanza, Stato-nazione, diritti, disuguaglianza. Nell’investigare quel “feticismo dei confini” che contrassegna la nostra epoca, Khosravi si muove nel tempo e nello spazio, mettendo insieme le riflessioni sul tema di autori come Kafka, Benjamin e Arendt con l’analisi dei flussi migratori in atto, o meglio dei suoi protagonisti clandestini, trafficanti di esseri umani compresi. Ed è proprio questo inedito “sguardo illegale” che consente di mettere a nudo le retoriche delle democrazie occidentali insieme al perverso sfruttamento planetario dei migranti, trasformando questa ricerca sul campo in una vera e propria cartografia etica e politica del mondo contemporaneo.”
Sulla nostra mappatura
“La geografia non è neutrale: riflette rapporti di potere che hanno tracciato confini e separato metropoli e colonie, stabilendo chi appartiene a quale spazio.” – dice un libro appena uscito che non vediamo l’ora di leggere: Spazi postcoloniali. Dislocazioni, diaspore, cartografie di Isabella D’Angelo (Meltemi, 2026).
La geografia non è neutrale: questa è la consapevolezza che vogliamo coltivare, questo il senso della mappa che proponiamo. Non una cartografia chiusa bensì una mappa aperta, che non delimita e definisce ma connette e mescola. Che non fissa identità ma segue il flusso dei movimenti. Una mappa che, invece di riprodurre il potere, prova – con tutta la sua impotenza, limiti, errori e contraddizioni – a disinnescarlo.
Questa mappa non riconosce i confini come orizzonte. E non li accetta come destino. Li attraversa, scompone, rompe. Perché sappiamo che finché esistono confini, all’interno e all’esterno di uno Stato, esistono corpi che possono essere fermati, respinti, discriminati, rinchiusi in Centri di permanenza per i rimpatri (Cpr), uccisi. E noi non vogliamo una geografia che decida chi può vivere e chi no.
Mappare per gioia libera tuttə non è solo una pratica per descrivere il mondo e gridare che esiste un’Italia Femminista! È anche un esperimento per immaginarlo come lo desideriamo. È una presa di posizione. Stiamo dalla parte di ciò che si muove e si mescola. Dalla parte delle vite che non entrano nelle categorie. Dalla parte di chi attraversa per sopravvivenza, necessità e/o desiderio. Chissà quale Italia tracceremo in questo disordine vitale!
La mappatura in corso è ovviamente incompleta e in continua trasformazione. E proprio per questo è viva. Non delimita, apre. Non separa, connette. Non protegge identità ma crea possibilità di incontro e convivenza – almeno sul piano digitale, virtuale, potenziale. È una mappa consapevole dell’esistenza di conflitto tra posizionamenti diversi all’interno della galassia femminista. Una questione che, invece di evitare, desideriamo valorizzare: saper confliggere è un’arte che teorie e pratiche femministe insegnano, un’arte generativa che possiamo studiare e mettere in pratica. Evviva!
Ci aiuti?
Se i confini sono costruiti per dividere, la mappa dell’Italia Femminista esiste per renderli impossibili. Ci aiuti a farla crescere?
Puoi segnalare una realtà femminista che conosci oppure che rappresenti qui: Italia Femminista.
Puoi sostenere il nostro primo crowdfunding qui: gioia libera tuttə 2026.
Grazie per la lettura di questa riflessione (scrivici un commento se ti va) e per qualsiasi contributo che potrai/vorrai dare, anche il più piccolo è fondamentale! 💜 GLTeam