La violenza di genere non è un fatto privato. Non è un incidente, né un errore. È un fenomeno sociale, sistemico e strutturale, radicato nella cultura patriarcale che forma e attraversa le nostre relazioni, le nostre case, le nostre istituzioni.
È dentro le parole che usiamo, nei ruoli che ci vengono assegnati e che impariamo a performare, nei comportamenti che ci vengono insegnati, nelle aspettative che ci abitano fin da bambine/i/*.
Nel mio libro – Il ruolo del pedagogista clinico nella violenza di coppia (Armando Editore, 2025) – parto da un presupposto semplice e radicale: nessuna/o/* può affrontare la violenza da sola/o/*.
Non le donne, non gli uomini, non i servizi, non l* professionist*. Serve una rete. Una rete reale, viva, politica. Una rete che riconosca la genealogia femminista che ha dato nome e senso a questo fenomeno.
La violenza e gli stereotipi di genere
È necessario quindi, fondamentale, che chi lavora attorno al fenomeno abbia gli strumenti per decostruire la cultura patriarcale. Gli stereotipi di genere sono la trama invisibile che sostiene la violenza.
La mascolinità è una richiesta sociale che ingabbia gli stessi uomini, sostenuta da aspettative sociali che non sono in grado di soddisfare, perché sempre più irrealistiche rispetto ai modelli che si richiedevano ai loro padri. Ciò su cui mi piacerebbe mettere luce è che sono gli uomini più fragili ad afferire a modelli di mascolinità tossica.
La cultura patriarcale chiede agli uomini di essere forti, invulnerabili, dominanti. E molti uomini, per paura di perdere status o riconoscimento, restano dentro questa gabbia. Una gabbia che impedisce di chiedere aiuto, di nominare le emozioni, di riconoscere la propria fragilità.
Sono credenze che limitano tutt* ma che colpiscono (e a volte uccidono) soprattutto le donne. Stereotipi di un “amore” che giustifica il controllo e il possesso, la prevaricazione, la colpevolizzazione. E infatti sono i corpi delle donne ad essere oggettificati, ad essere visti come oggetti, beni, proprietà. Sì, purtroppo sono i continui fatti di cronaca e i dati a dircelo: la violenza di genere è maschile.
La violenza di genere è multiforme
Non è un episodio o un fenomeno di carattere emergenziale ma un sistema che si manifesta in molte forme, dalla violenza fisica e/o psicologica a quella economica. E spesso, la violenza di coppia o domestica le include tutte, arrivando a una vera e propria relazione maltrattante che si costruisce nel tempo, attraverso manipolazione, controllo, isolamento, gaslighting.
Una relazione che toglie voce, spazio, respiro. E la disuguaglianza economica – un questione complessa, dal gender pay gap al lavoro di cura non retribuito, ancora tutto al femminile in Italia – rende ancora più difficile uscire da relazioni violente.
La corresponsabilità sociale
Per questo, nel mio libro, ho rispolverato un modello di eccezione che ha sempre sostenuto la necessità di fare riferimento a una rete femminista e a una corresponsabilità sociale, una responsabilità collettiva. Uno dei punti centrali del libro che ho scritto è che non esiste intervento efficace senza la voce dei collettivi femministi e senza un’adeguata sensibilizzazione della comunità.
Il Modello Duluth* lo afferma con chiarezza: la violenza maschile contro le donne è un fenomeno educativo, sociale, politico, non solo psicologico.
Per questo è necessario:
• mantenere un dialogo costante con i movimenti femministi;
• riconoscere la loro lettura critica delle dinamiche di potere;
• evitare approcci neutralizzanti o tecnicistici;
• costruire reti che non perdano mai di vista la dimensione strutturale della violenza.
I collettivi femministi custodiscono una memoria politica che non può essere ignorata. Sono loro che hanno dato nome alla violenza. Sono loro che hanno costruito i centri antiviolenza. Sono loro che continuano a vigilare sulle narrazioni che rischiano di depoliticizzare il fenomeno.
La violenza di genere e la pedagogia clinica
Altro intento importante del mio lavoro, come dice il titolo stesso del libro, è portare nuova luce sul ruolo del/la/* pedagogista clinico/a/* nella violenza di coppia, perché di fatto è vista come figura inusuale e prettamente prestata all’infanzia, posto che comunque ci sia qualcun* che ne conosca le caratteristiche e la metodologia. Argomento che però non posso sviscerare in questo articolo.
Nello scenario citato, la persona professionista ed esperta in pedagogia clinica può diventare un ponte. Un ponte tra servizi, scuole, famiglie, centri antiviolenza, centri per uomini maltrattanti e collettivi femministi.
Il suo contributo è:
• leggere le relazioni e i contesti;
• sostenere la consapevolezza e l’autonomia delle donne;
• decostruire stereotipi e modelli di mascolinità rigida;
• facilitare il dialogo tra professionist* e movimenti;
• promuovere percorsi educativi che parlino di rispetto, consenso, libertà emotiva.
Il pedagogista non “cura” la violenza. La attraversa insieme alla rete, con responsabilità condivisa.
Penso che il mio libro abbia qualcosa da dire, perché non tutti i femminicidi sono frutto di psicopatologie. Anzi. “Il femminicida è il figlio sano del patriarcato” dice un noto slogan femminista ed è proprio così: è il sistema sociale-culturale-politico che permette e legittima la violenza, dagli stupri a tutte le altre forme, dallo stalking allo stealthing (la rimozione del preservativo durante l’atto sessuale) fino al victiming blaming e al catcalling.
È la piramide della violenza, la cultura dello stupro, l’assenza di una formazione al consenso, la mancanza di un’educazione sessuo-affettiva ampia e laica. Tutto questo è una scelta sociale. Un fatto storico, politico, culturale. Non un dato “naturale”.
La violenza di genere non è un destino, né un fatto privato da confinare nelle mura domestiche. È un sistema che si deve nominare, riconoscere, decostruire, disinnescare. Cosa che è possibile fare solo se scegliamo di farla insieme.
Il lavoro pedagogico, in questo senso, non è un accessorio: è un atto politico. È la possibilità di restituire voce, agency, consapevolezza. È la capacità di leggere le relazioni, di smascherare le narrazioni che legittimano il dominio, di costruire alternative credibili e condivise.
Se c’è una certezza che attraversa ogni pagina di questo libro è che la violenza non si affronta in solitudine. Si affronta nella rete, nella comunità, nella responsabilità collettiva.
Si affronta riconoscendo la genealogia femminista che ha aperto la strada, ascoltando chi da decenni lavora per nominare ciò che altri hanno voluto tenere invisibile.
Si affronta mettendo in discussione i modelli di mascolinità che imprigionano gli uomini e mettono a rischio le donne. Si affronta educando al consenso, al rispetto, alla libertà emotiva, dimostrando che la violenza non è inevitabile. È culturale. E tutto ciò che è culturale può essere cambiato.
Dott.ssa Giada Moi,
educatrice e pedagogista clinica
Alcuni link per approfondire…
- Sui dati della violenza di genere in Italia – Report annuale 2024 a cura di D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza: La violenza contro le donne dentro e fuori la famiglia – Primi risultati anno 2025, indagine ISTAT pubblicata il 21 novembre 2025
- E sui femminicidi – L’Osservatorio nazionale di Non Una Di Meno (NUDM); il libro di Donata Columbo, Perché contare i femminicidi è un atto politico (Feltrinelli, 2025).
- Sul gender pay gap – Molte maestre, poche manager, articolo di Mariasole Lisciandro su Il Post, 9 marzo 2024.
- Sul lavoro di cura non retribuito – che comprende l’assistenza a bambin*, persone anziane e persone non autosufficienti, oltre alle attività domestiche e che rappresenta una parte essenziale del tessuto sociale italiano: secondo l’OIL (Organizzazione Internazionale del Lavoro), l’85% del lavoro non retribuito nel Paese è legato alla cura e le donne ne sostengono il 71%. Qui i risultati dell’indagine svolta insieme a Federcasalinghe e pubblicata a ottobre 2025: Il lavoro di cura non retribuito in Italia. Qui invece il rapporto pubblicato sempre da OIL (o ILO, International Labour Organization) il 2 gennaio 2026: Le condizioni del lavoro di cura in Italia.
- Sul Modello Duluth* – “D.A.I.P. (Domestic Abuse Intervention Project) o Modello Duluth. È nella città di Duluth in Minnesota (USA) che il Progetto D.A.I.P. viene sviluppato dall’inizio degli anni ’80 autodefinendosi come un modo di pensare, in continua evoluzione, su come una comunità può lavorare per porre fine alla violenza domestica.” – da Le esperienze internazionali con gli uomini violenti, un articolo di Maria Merelli su inGenere, 10 giugno 2014.
- Sulla violenza di genere e la pedagogia clinica: il libro di Giada Moi, Il ruolo del pedagogista clinico nella violenza di coppia (Armando Editore, 2025).

