Il 26 novembre di quest’anno 2026, Non Una Di Meno compie 10 anni. Impossibile pensare alla cosiddetta “quarta ondata” femminista in Italia senza questo movimento transfemminista e transnazionale che ha posto al centro delle proprie lotte, teorie e pratiche l’intersezionalità come metodo di analisi politica.
Una marea militante che – grazie anche alle tecnologie digitali, ai social media ed in particolare ad Instagram (che pare il canale più usato dai nodi) – si è diffusa in modo capillare in tutto il Paese diventando una vera e propria rete nazionale che organizza costantemente riti di sorellanza e laboratori di autoformazione, riunioni e assemblee, cortei o passeggiate rumorose, scioperi e manifestazioni… e riempie piazze almeno due volte l’anno (l’8 marzo, Giornata internazionale della donna e il 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne e/o date vicine) nonostante in moltə, soprattutto nelle istituzioni e nei mass media, ignorino ancora (o meglio, facciano finta di ignorare) la sua presenza e potenza trasformativa: “Sono meravigliata di quanto resti invisibile anche a persone politicamente impegnate la presenza in Italia di un movimento come NUDM che ininterrottamente da dieci anni porta in piazza centinaia di migliaia di persone, che sulla violenza contro le donne ha incalzato senza sosta la coscienza di un Paese profondamente maschilista, che sulla guerra, la sua radice nel patriarcato, i suoi nessi con tutte le forme di dominio, dal classismo al razzismo al colonialismo fa analisi e mobilitazioni quasi del tutto ignorate. Neanche un minimo di curiosità per una generazione di figlie e nipoti che tengono viva l’idea di un mondo più vivibile, la sfida che è stata del femminismo degli anni Settanta.” – ha scritto Lea Melandri sulla sua pagina Facebook, in data 13 aprile 2025, in seguito ad un’assemblea nazionale di Non Una Di Meno.
Il posizionamento di NUDM, con la sua critica radicale alla cultura patriarcale, capitalista, coloniale, caratterizzata dalla violenza maschile, dagli stupri alla guerre, dai femminicidi ai genocidi ed ecocidi, così come al binarismo di genere e alla società neoliberale, con il suo approccio intersezionale e quindi il suo abbraccio alle lotte di tutte le comunità oppresse, per una giustizia sociale reale, per un altro modo – etico, responsabile – di immaginare e co-abitare il mondo, ha introdotto nella galassia femminista elementi di forte innovazione: nuove sensibilità e consapevolezze, nuovi pensieri e linguaggi (tanto di rabbia quanto di cura) sviluppati sulla base degli studi di genere che hanno generato e generano anche vivaci dibattiti e conflitti “interni”, in particolare con la filosofia femminista del pensiero della differenza sessuale. Allo stesso tempo però, la cultura politica di NUDM si compone di saperi e slogan la cui genealogia ci riporta alla cosiddetta “seconda ondata” ovvero ai femminismi degli anni Settanta, di cui raccoglie e rielabora l’eredità: TREMATE TREMATE, LE STREGHE SON TORNATE!
Oltre 50 nodi (almeno) in tutta Italia…
Quando nel 2023 abbiamo deciso di iniziare a mappare l’Italia Femminista, ovviamente abbiamo pensato subito alla rete di NUDM con i suoi “nodi” in tutto il Paese.
La mappatura è nata a partire dal nostro territorio, insieme a realtà locali tra cui Non Una Di Meno – Prato e con cui è germogliata l’idea di gioia libera tuttə ovvero il desiderio di mappare la nostra “città femminista” che si è immediatamente trasformato in una domanda più ampia: “Perché fermarsi a Prato? Mappiamo tutta l’Italia Femminista!”.
Abbiamo così iniziato a censire anche i nodi attivi della rete nazionale di NUDM per mostrarne la diffusione capillare e facilitare chi magari cerca un contatto nel proprio territorio: filtrando la ricerca sotto la mappa nella pagina web “Italia Femminista“, ovvero selezionando la categoria “Non Una Di Meno [nodi]“, appare una lista in ordine alfabetico, da Non Una Di Meno – Alba a Non Una Di Meno – Viterbo. Ad oggi, ne contiamo oltre 50 ma sicuramente ce ne sfuggono ancora molti… e inoltre sappiamo che il movimento è vivo, quindi in continua trasformazione: se qualche nodo manca dalla nostra mappa, grazie per segnalarcelo! 💜
Di seguito, la storia in breve di NUDM a partire dalla sua “origine argentina”…
Fotogallery: 8 marzo 2025 dal nodo di Prato 💜
Giornata dalla quale è nata la nostra pagina web “Occupo, Boicotto, Hackero!“
Da Ni Una Menos a Non Una Di Meno
Il 3 giugno 2015, centinaia di migliaia di donne e persone hanno riempito strade e piazze in tutta l’Argentina, soprattutto – ma non solo – a Buenos Aires, con lo slogan “Ni una menos, ¡vivas nos queremos!” (Non una di meno, ci vogliamo vive!), per chiedere la fine dei femminicidi, in seguito a una serie di casi in cui giovani donne sono state uccise da uomini, quasi sempre loro partner o ex partner. La scintilla che ha dato vita alla mobilitazione fu il brutale femminicidio di Chiara Páez, 14 anni, uccisa a Rufino, in provincia di Santa Fe, nel maggio 2015, dal partner sedicenne, mentre era incinta. Un caso che ha sollevato fortemente l’indignazione pubblica e segnato l’emergere del movimento Ni Una Menos in Argentina [niunamenos.ar]. Quello che è iniziato come un hashtag (#NiUnaMenos) diventa rapidamente un movimento di massa per i diritti delle donne* che continua ad organizzare proteste e manifestazioni, ispirando mobilitazioni in tutta l’America Latina – e oltre – contro la violenza maschile sistemica.
Negli anni successivi, le proteste si sono estese anche oltre il continente americano: in Spagna il motto “Ni una menos” è diventato un simbolo delle manifestazioni femministe ma anche della comunicazione istituzionale del Ministero per la parità (citato in diverse campagne per l’8M e il 25N); in Italia, invece, Ni Una Menos ha ispirato il movimento Non Una Di Meno che è nato pubblicamente il 26 novembre 2016 con una prima grande manifestazione che ha visto almeno 250.000 persone a Roma, e che – un nodo alla volta – si è organizzato sempre dal basso creando una rete su tutto il territorio nazionale; analoghe iniziative sono sorte in altri paesi europei, contribuendo alla costruzione di un movimento femminista transnazionale.
Ni Una Menos è così diventata energia politica potente per il femminismo globale ed in particolare per la lotta contro la violenza di genere, un movimento che – pur attraversando continenti, culture, comunità, lingue e contesti diversi – unisce nella liberazione dal patriarcato.
10 anni di Non Una Di Meno
Per approfondire la storia del movimento italiano, condividiamo il racconto di Vanessa Bilancetti, attivista transfemminista di Non Una Di Meno, che è stata tra le relatrici dell’ultimo incontro della prima edizione della Scuola Politica Femminista Bianca Pomeranzi (2024-2025). Di seguito la trascrizione del suo intervento (tenutosi il 12 maggio 2025 presso la Casa Internazionale delle Donne a Roma), sbobinato da Patrizia Cortellessa e redatto da Isabella Peretti, e che è possibile anche ascoltare grazie alla videoregistrazione pubblicata dalla Casa che organizza la Scuola.
UN MOVIMENTO GLOBALE
Io ripercorro un po’ la storia del movimento di Non Una Di Meno di questi quasi dieci anni qua in Italia e le sfide che abbiamo di fronte come movimento femminista e transfemminista.
La prima manifestazione di Non Una di Meno è stata il 26 novembre del 2016, si proponeva di risignificare la giornata del 25 novembre, che è la giornata internazionale indetta dall’Onu, e trasformarla in una giornata di lotta, in una giornata che riportasse al centro della questione la violenza di genere e, in particolare, a partire da un femminicidio cruento e molto violento che era avvenuto a Roma, di Sara Di Pietrantonio, che dopo essere stata uccisa era stata bruciata nella macchina, nella periferia sud ovest di Roma, alla Magliana. Dopo questo femminicidio un insieme di collettivi, assemblee femministe, collettivi lesbici, queer e centri anti violenza si mettono insieme e decidono di indire una grande manifestazione. Il periodo già nel mondo si apriva a quella che sarebbe diventata una vera e propria quarta ondata di femminismo globale.
A Roma nel 2016, in Italia nel 2016, l’Italia si accingeva a votare il referendum confermativo per la riforma Renzi, molti si spesero sul fatto che non sarebbe potuta essere fatta una manifestazione, perché bisognava organizzare la manifestazione contraria a questo referendum confermativo di Renzi. In piazza arrivarono 250 mila persone in maniera del tutto inaspettata. Al 25 novembre del 2026 saranno dieci anni di Non Una di Meno.
Non Una Di Meno si inserisce, quindi, in quella che oggi possiamo chiamare la quarta ondata di femminismo e di transfemminismo globale che inizia – se ci piace dividere, così fanno le storiche, hanno diviso il movimento femminista in ondate – in Argentina, diventa una potenza globale nelle piazze argentine ma in tutto il Latinoamerica: in Cile, in Messico, arriva poi in Polonia, con le grandi manifestazioni contro la legge super repressiva che voleva vietare completamente l’aborto, in Irlanda per il referendum sull’aborto, in Italia, in Spagna con manifestazioni oceaniche per lo sciopero transfemminista. Quindi Non una Di Meno si inserisce in quello che è un movimento globale.
Abbiamo visto prima nel video di Las Tesis quella pratica che nasce in Cile e velocemente si moltiplica e arriva in tantissime piazze nel mondo, arriva anche qua a Roma, l’abbiamo fatta di fronte la Corte di Cassazione, ma in tantissime altre piazze d’Italia e in tantissime piazze europee e di tutto il mondo. È arrivata in Turchia, è arrivata in tantissimi luoghi. E questo ci dice quante connessioni globali esistono in questo movimento.
UN MOVIMENTO TRANSFEMMINISTA
Seconda questione: evidentemente questo movimento è fin da subito un movimento che si definisce transfemminista. Lo leggo dal piano che cosa significa essere transfemminista: “Il transfemminismo è un movimento di resistenza, è una teoria che considera il genere, arbitrariamente assegnato alla nascita, una costruzione sociale, strumento proprio di un sistema di potere che controlla e limita i corpi per adattarli all’ordine sociale eterosessuale e patriarcale. Il transfemminismo muove dalla materialità delle vite e delle esperienze transfemministe e queer, dalla complessità e dalla molteplicità delle collocazioni di genere e sessuali e riconosce l’intreccio tra la matrice patriarcale e quella capitalista delle oppressioni che colpiscono tutte le soggettività che non sono maschi bianchi eterosessuali”.
Questa è sicuramente una delle prime grandi questioni che si inseriscono all’interno del movimento ed è ancora oggi dirimente la questione di quale è lo spazio, quali sono le alleanze, quali sono le intersezioni tra donne, persone queer, persone trans e persone non binarie. Quindi è un movimento globale, un movimento transfemminista ed ha una visione, una lettura della violenza sistemica. Ancora leggo come inizia il piano.
CONTRO LA VIOLENZA DI GENERE CHE È SISTEMICA
“La violenza maschile contro le donne è sistemica: attraversa tutti gli ambiti delle nostre vite, si articola, autoalimenta e riverbera senza sosta dalla sfera familiare delle relazioni, a quella economica, da quella politica e istituzionale, a quella sociale e culturale, nelle sue diverse forme e sfaccettature, come violenza fisica, sessuale e psicologica. Non si tratta, dunque, di un problema emergenziale, né di una questione geograficamente o culturalmente determinata. La violenza maschile è espressione diretta dell’oppressione che risponde al nome di patriarcato, sistema di potere maschile che a livello materiale e simbolico ha permeato la cultura, la politica, le relazioni pubbliche e private. Oppressione e ineguaglianza di genere non hanno quindi un carattere sporadico o eccezionale: al contrario, strutturale. Non sono fenomeni che riguardano la sola sfera delle relazioni interpersonali, piuttosto pervadono e innervano l’intera società”.
ABBIAMO UN PIANO E UN OSSERVATORIO
Questo ha portato alla scrittura del piano; il piano femminista contro la violenza di genere, che è uscito nel 2017, è di fatto diviso in capitoli in qualche modo per strutturare che cosa significa una visione di violenza sistemica. Ogni capitolo si intitola con un “Libere da”, è una pratica e una teoria, quindi, di liberazione. Libere dal sessismo, libere di educarci – quindi il femminismo si fa a scuola – libere di autoformarci e di formare, libere di decidere sui nostri corpi per un pieno diritto alla salute. Libere dalla violenza economica, dallo sfruttamento e dalla precarietà, libere di narrarsi e prevenire la violenza con una reazione femminista e transfemminista nei media e fuori, libere di muoverci e di restare, contro il razzismo e la violenza istituzionale e in particolare anche contro l’utilizzo e la strumentalizzazione del femminicidio e della violenza di genere da parte delle istituzioni, da parte delle istituzioni da un punto di vista razzista e soprattutto dalle destre che abbiamo visto utilizzare la violenza di genere per giustificare politiche razziste. Libere dalla violenza ambientale. Le violenze su territori colpiscono anche noi e quindi si tratta di analizzare e prendere dai femminismi indigeni quale è il legame tra la crisi ambientale e la cura del territorio; libere di costruire spazi femministi, spazi di autonomia, spazi separati e spazi di liberazione. Libere di autodeterminarci – percorsi con autonomia e fuoriuscita dalla violenza; libere di affermare i nostri diritti. Siamo libere e non vittime; e libere di dare i numeri, quello su cui poi abbiamo costruito in questi anni quello che oggi è l’osservatorio sui femminicidi e transcidi di Non Una Di Meno. Ogni 8 del mese pubblica i dati sui femminicidi, lesbicidi e trans*cidi in Italia. C’è da dire che sui numeri dei femminicidi in Italia oggi c’è ancora una grande confusione, perché non esiste, incredibile ma vero, un data base unico tra il Ministero degli interni e l’Istat, esistono osservatori di vario tipo e nessuno prende in considerazione i numeri dei transcidi in Italia. E questo ci è sembrata una cosa esemplare di quanto invece la violenza patriarcale debba tenere in relazione la violenza contro le donne e la violenza contro le persone trans e non binarie.
Quindi la costruzione di questo piano e del movimento in questi anni si è nutrita delle geneaologie del femminismo italiano, quanto dei femminismi neri, indigeni, migranti, queer e trans. Il frutto del piano è il frutto di una scrittura collettiva di migliaia di donne e soggettività alleate che ha preso le mosse dalla condivisione di vissuti, esperienze, saperi, pratiche di resistenza individuali e collettive alle molteplici forme di violenza maschile, di violenza di genere, di violenza dei generi e dei ruoli sociali imposti che colpiscono ognun* di noi. Quindi un incontro ampio, di anime diverse, per costruire un quadro comune che poi è stato l’inizio di un lungo percorso che ci porta qua oggi.
8 MARZO, SCIOPERO TRANSFEMMINISTA
L’8 marzo del 2017 è stata la prima volta che si è scese in piazza sotto l’idea di fare uno sciopero transfemminista. Lo sciopero transfemminista nasce da un’idea di Ni Una Menos in Argentina ma esplode in tutto il Latinoamerica, viene ripreso in Spagna, i numeri dello sciopero transfemminista in Spagna saranno enormi, soprattutto negli anni prima del Covid, perché in Spagna i sindacati confederali decidono di accettare la sfida dello sciopero transfemminsta, a differenza di quello che è accaduto in Italia dove, di fronte alle richieste di discussione e dibattito che ci sono state più volte anche con la Cgil e con la Fiom, in alcun caso si è deciso di indire lo sciopero per lo sciopero transfemminista, e solo i sindacati di base hanno deciso di accettare questa sfida, perché lo sciopero transfemminista non è solo uno sciopero economico, ma è anche uno sciopero sociale e politico, e su questo nessun sindacato confederale oggi in Italia ha voluto accettare questa sfida. Lo sciopero vuole visibilizzare il lavoro produttivo delle donne, quindi vuole essere uno sciopero reale, per questo chiediamo l’indizione vera da parte dei sindacati e una campagna sindacale che porti l’idea di uno sciopero transfemminista dentro i luoghi di lavoro.
Nel 2023 il tasso di occupazione femminile in Italia è del 52,5%, rispetto al 70,4% degli uomini. Un lavoro che però di per sé non emancipa, questo nel 2025 deve essere chiaro, perché le donne guadagnano poco, hanno contratti più precari, lavorano meno, avranno pensioni più piccole e saranno povere oggi e anche in vecchiaia, quando andranno in pensione, al fronte del fatto che oggi le donne studiano di più, vanno meglio a scuola e sono più laureate. Le donne sui luoghi di lavoro sono esposte a molestie, aggressioni e violenze ma soprattutto le donne ancora oggi in Italia e anche nel resto del mondo si fanno carico della maggior parte del lavoro di cura. Così, per dare un’idea di che cosa significa, nel 2023 le giornate di congedo richieste sono di 2 milioni e 100 da parte degli uomini, per le donne sono di 14 milioni e 400. Chiaramente questo è un numero così, perché è l’unico dato che noi abbiamo per contabilizzare, ma evidentemente ci sarebbe ancora molto altro da dire e anche su quanto il congedo oggi di maternità e paternità sia diverso, sia completamente differenziato; non abbiamo effettivamente un conteggio reale di quali siano le ore che le donne ancora oggi passano a lavorare dentro casa, al lavoro di riproduzione, che è stato ben definito dall’intervento prima di me, il doppio carico di lavoro, e del fatto che le donne quindi non hanno cura e tempo per sé, per i propri interessi e per le proprie passioni.
In nove anni di costruzione dello sciopero ci siamo rese conto di quanto oggi in Italia sia difficile organizzare uno sciopero, di quanto oggi le giovani donne e persone trans e queer che lavorano non hanno idea di quali siano i propri diritti sul lavoro, di che cosa significa scioperare, di che cosa significa indire uno sciopero, di che cosa significa ad esempio che se il sindacato che ha indetto lo sciopero non c’è nella mia scuola, non c’è nella mia azienda o non c’è nel mio settore, io posso scioperare lo stesso; noi ogni anno scriviamo un vademecum e scriviamo chiaramente che cosa significa poter partecipare ad uno sciopero, perché questo oggi in Italia non è più scontato.
Oggi ci rendiamo conto di quanto nonostante i numeri dello sciopero transfemminista non sempre siano stati alti, ma che molto spesso settori invisibilizzati e spesso precarissimi oggi prendono a riferimento lo sciopero transfemminista come idea per organizzare lo sciopero. Per esempio oggi in Italia c’è lo sciopero del personale precario dell’università, che è ispirato dalle modalità di relazione tra Non Una Di Meno e i sindacati di base e i sindacati confederali per organizzare lo sciopero, i laboratori di sciopero, cioè spiegare alle persone che cosa significa scioperare oggi nel proprio settore e anche agire di immaginazione, cosa significa scioperare per esempio per il personale precario dell’università, ma questo vale anche per lo sciopero della cultura e dei beni culturali, che si sta preparando, o per lo sciopero del settore dello spettacolo che in questi mesi soprattutto a Roma è stato in mobilitazione contro Teatri di Roma, che noi abbiamo incrociato nella mobilitazione dell’8 marzo facendo il sit-in di fronte a Largo Argentina.
IN OPPOSIZIONE AL FEMMINISMO NEOLIBERALE
La quarta ondata di femminismo e di transfemminismo si è posta da un lato quindi in opposizione alla cattura neoliberale dei femminismi, quindi alle grandi aziende multinazionali, alle istituzioni europee, al diversity management, ma anche a letture liberali e individualiste di che cosa sia il femminismo. Ad esempio pensiamo alle letture liberali del #MeeToo. Per dirne una, Non Una Di Meno nel 2018 scese in piazza con uno slogan che era #WeTooGether, opposto proprio ad una lettura liberale individualizzante, individualista di che cosa è la lotta femminista.
E inoltre il movimento transfemminista Non Una Di Meno si è posto in diretta opposizione al nascente blocco reazionario sul mondo: pensiamo quindi a quello che è successo in Polonia, in Brasile, negli Stati Uniti, in Argentina. In Italia nel 2019 questo è stato evidente quando abbiamo organizzato la manifestazione nazionale a Verona contro il Congresso delle famiglie, un congresso che portava insieme i leader reazionari di tutto il mondo sotto al cappello della difesa della famiglia eterosessuale e tradizionale, e quindi ci siamo messe in diretta opposizione a questo piano che oggi è ancora più chiaro.
Il 2020 è stato, come è già stato detto, un momento di cesura del mondo, un momento di cesura anche per il movimento, per la quarta ondata del femminismo globale, il transfemminismo, per Non Una Di Meno, per Ni Una Meno; i movimenti transfemministi però non hanno mai smesso di denunciare le violenze sulle donne, soprattutto povere, migranti, razzializzate, senza casa, e l’aumento esponenziale della violenza domestica durante quei mesi in Italia. Non Una Di Meno in quei mesi organizzò una campagna online che si chiamava Io resto a casa ma e che invitava a raccontare le proprie esperienze, invitava a raccontare quello che si stava vivendo nelle case. Nel 2020 lo sciopero di Non Una Di Meno era indetto per l’8 e per il 9 marzo, ma venne bloccato chiaramente perché il 9 marzo inizia il lockdown in Italia, e quindi solo a Roma riuscimmo ad andare ancora sulle scale di Piazza di Spagna con i pañuelos, ma dopo ci ritrovammo a fare le assemblee e le azioni online.
Nel 2020 il Manifesto di una rete transnazionale, che è stata lanciata dalle reti latinoamericane, scriveva proprio: non vogliamo tornare alla normalità, perché la normalità era il problema. Abbiamo affermato che non permetteremo che la crisi economica mondiale ricada sui nostri corpi e i nostri territori. È evidente come la gestione neoliberale della pandemia intensifica la violenza sistemica sulle donne e le persone Lgbtq+, nonché l’oppressione coloniale e razzista.
Nonostante tutto possiamo dire che nel 2021 e forse nel 2022 per un periodo abbiamo pensato che stessimo tornando alla normalità, ma è la guerra che ci ha risvegliato dal fatto che non c’è normalità dopo il Covid, non c’è normalità di fronte alla destra reazionaria al governo, a un progetto globale di destra reazionaria che ha come nemico pubblico il movimento transfemminista, il movimento ambientalista e i migranti.
Nel 2022, l’8 marzo, a poche settimane seguenti dalla guerra e dalla invasione russa all’Ucraina cogliendo l’appello delle donne russe siamo scese in piazza contro la guerra; le donne russe fecero uscire un appello che invitava a non accettare la guerra che stava portando avanti la Russia. Scrivemmo all’epoca: “la guerra è l’espressione massima della violenza patriarcale, la guerra cerca di ristabilire con la sua violenza i ruoli di genere e le gerarchie basate sul genere. Gli uomini devono essere sacrificabili, combattenti che difendono le proprie donne e i propri figli e figlie sul fronte, le donne tornano ad essere solo madri che scappano con i figli, mogli che piangono i mariti, vittime da salvare. La guerra usa lo stupro come arma di guerra, contro le donne e la popolazione. Aumenta il razzismo e lo sfruttamento. Opporci alla guerra significa per noi lottare contro gli interressi degli speculatori della guerra, dell’economia di guerra post pandemica, del carovita, dello sfruttamento del lavoro, della vita e dell’ambiente”.
Questo abbiamo ribadito anche di fronte al genocidio in Palestina, prendendo un posizionamento molto chiaro, che è quello che ci invitano fare le donne palestinesi. Lo dico con le parole di Nadine Quomsieh, che ha scritto ultimamente un articolo su cosa chiedono le donne palestinesi, cosa dicono le donne palestinesi.
“Il femminismo a lungo celebrato, le vittorie delle prime donne, la prima donna al comando, a pilotare un aereo, a rompere le barriere costruite dal patriarcato. Questi non sono piccoli traguardi, ma cosa succede quando il femminismo diventa capace di perseguire obiettivi ambiziosi e resta silenzioso nell’agonia? Cosa succede quando non riesce a trovare il linguaggio per parlare di donne che partoriscono su pavimenti, che piangono sulle fosse comuni, che bollono erbacce per nutrire i figli semplicemente perché sono palestinesi? Ci viene detto che il femminismo riguarda la scelta, ma a molte donne palestinesi la scelta è stata strappata via non solo dal patriarcato, ma anche dall’occupazione, dalla guerra e dal rifiuto del mondo di vederci. Che libertà di scelta c’è quando non puoi scegliere di fare il bagno a tuo figlio, di andare a scuola o di vivere senza paura?”
CONTRO IL NUOVO BLOCCO REAZIONARIO GLOBALE
Abbiamo di fronte a noi un nuovo blocco reazionario che governa il mondo, che ha come obiettivo chiaro la distruzione del movimento transfemminista che in questi dieci anni è fiorito in tantissime parti del mondo, e anche differentemente in tutte le parti del mondo. Alcune delle macchine ideologiche di questo blocco reazionario sono molto efficaci e sono state costruite contro le nostre rivendicazioni, la teoria gender, il politicamente corretto, la sostituzione etnica, la reimmigrazione, il negazionismo climatico.
Segato, nel suo libro “La guerra contro le donne”, si chiede come mai la destra antidemocratica e antiliberista sia riuscita a sfondare con la sua offensiva il campo democratico e neoliberale. Perché se il decennio benevolo della democrazia multiculturale non intaccava la macchina capitalista, ma produceva delle nuove élite e nuovi consumatori, ha però minacciato di corrodere il fondamento delle relazioni di genere e i nostri antagonisti di progetto storico hanno scoperto, addirittura prima di molte di noi, che il pilastro e il fondamento della pedagogia di tutto il potere è il patriarcato. La questione di genere quindi è al centro delle lotte per l’egemonia delle destre reazionarie globali, costruite intorno a questo spettro dell’ideologia gender, della famiglia tradizionale, dell’attacco all’aborto, ai diritti riproduttivi, ai percorsi di affermazione e di transizione di genere.
Fine presentazione! A concludere, un paio di riflessioni condivise dalla stessa relatrice in risposta ad alcune questioni emerse dalla classe…
SUL RUOLO MASCHILE NEL FEMMINISMO OGGI
Vorrei aggiungere qualche elemento su questa questione di quale sia il ruolo del maschile nei movimenti femministi e transfemministi, perché credo che sia una cosa che interroga profondamente la quarta ondata di femminismo e di transfemminismo, che ha risposto in un modo diverso, giustamente, perché i tempi erano diversi. Ad esempio mi viene in mente che noi abbiamo deciso per la manifestazione del 25 novembre e dell’8 marzo di non avere delle manifestazioni completamente separate, ma di avere una testa separata, e separata intendiamo non solo per donne biologiche ma per donne, persone trans e non binarie, e il resto del corteo che può essere attraversato anche dagli uomini cisgender. Ora questa cosa vorremmo dire che non è scevra da grandi questioni e conflitti, perché se fino al 2020 ci ha fatto pensare positivamente alle trasformazioni che stavano avvenendo nelle nuove generazioni, non possiamo dire oggi la stessa cosa, perché sappiamo anche con dati alla mano dei vari sondaggi, ma anche del voto delle giovani generazioni maschili, che la politicizzazione del maschile è a destra. Non è solo a destra, centro destra, è proprio l’estrema destra, cioè i giovani maschi votano l’estrema destra. Sono la base di costruzione ideologica delle nuove destre reazionarie nel mondo. E questo non solo in Italia, dove non è stato in realtà così chiaro dal voto delle ultime elezioni, ma gli ultimi sondaggi dicono questo – anche se sono sondaggi potrebbero benissimo cambiare – però il voto delle giovani generazioni in Argentina, i giovani maschi in Argentina hanno votato in massa Milei, i giovani maschi negli Stati Uniti, i giovani maschi in Brasile, quindi diciamo… i giovani maschi, giovanissimi anche, votano l’estrema destra. Alcuni rapporti, ad esempio quello di Save The Children, che ha diversi progetti nelle scuole, hanno evidenziato lo stesso problema nelle scuole in Italia, cioè di giovani maschi che negano l’esistenza, ad esempio, dei femminicidi. Adolescence l’ha portato sugli schermi di tutto il mondo e quindi ci ha fatto riflettere su questo. Quale è il ruolo dei maschi nel femminismo, nel transfemminismo è ancora oggi una grande questione, noi da un po’ di tempo abbiamo sempre risposto che però si dovrebbero porre anche i giovani maschi, che hanno attraversato le nostre manifestazioni in questi ultimi dieci anni, che hanno partecipato ad alcune delle nostre assemblee, anche se non da protagonisti, nel senso che non è quello il loro spazio di protagonismo. In questi anni sono nati, ad esempio, gruppi di autocoscienza maschile. Esistono, esistono anche in questa città, eppure non hanno mai fatto della loro voce una voce politica. Rimane una voce del loro piccolo gruppo di supporto, di auto aiuto, ma non si fa voce politica, perché farsi voce politica significa opporsi al resto dei loro amici, fratelli, famiglia, colleghi di lavoro. E questo di fatto ancora non c’è. Quindi non c’è una voce politica maschile che abbraccia l’intersezionalità delle lotte femministe e transfemministe, queer e trans e che decide di opporsi al proprio genere.
SUL MOMENTO STORICO E L’ESTREMA DESTRA MONDIALE
Io vorrei aggiungere solo una cosa, nel senso che abbiamo di fronte a noi un momento che non ci richiede solo le piccole cose. Abbiamo di fronte a noi un momento storico che ci richiede anche delle grandi battaglie e dei grandi conflitti. Perché quello che accade con le nuove destre, i governi reazionari, in Italia ma non solo in Italia, non solo in Europa, è molto più grande. Guardiamo la rete dei movimenti pro-vita, che sarebbe conveniente chiamare lobby antiscelta, sono fortissimi, hanno un sacco di soldi e sono radicatissime nelle nostre istituzioni, nelle nostre istituzioni sanitarie, attaccano i diritti di scelta delle donne, l’aborto e i percorsi di affermazione di genere. Le prime cose che ha detto Giorgia Meloni sono state contro le persone trans e contro la libera scelta delle donne e contro le persone migranti. Per loro è chiarissimo quali sono i nemici, quindi per noi devono essere chiarissime quali sono le alleanze. Devono essere chiarissime anche quali sono le battaglie. Io sono un’insegnante, ho insegnato nelle periferie e quest’anno ho insegnato nelle scuole del centro. Non credo che i discorsi maschilisti tra i maschi siano solo nelle periferie, perché se no penseremmo che il maschilismo è una questione di classe e invece non lo è. Io ho incontrato i discorsi più maschilisti e anche più politicizzati nelle scuole del centro, sinceramente, anche ben organizzati, molto meglio organizzati che nelle scuole di periferia. Ci sono piccoli gruppi di autocoscienza maschile, possono anche andare nelle scuole, ma questo non significa prendere parola pubblica. Prendere parola pubblica è molto di più, è costruire un movimento, è sentirsi parte, è sentirsi coinvolti. Quando noi facciamo la manifestazione sulla violenza di genere, i piccoli gruppi di autocoscienza maschile, che io credo siano una grande cosa, hanno paura a prendere parola. Io gliel’ho chiesto, io scrivo per un piccolo sito quindi gli ho chiesto gli interventi e ci hanno detto: oggi non è la nostra giornata, che può anche essere una cosa giusta, e quindi non parliamo. Però puoi anche prendere parola dopo, il giorno dopo, la settimana dopo, non quella giornata. Ma ecco, lo faccio come esempio che non risolve il tutto, che non è un punto sul mondo. Quindi io credo che il fascismo che abbiamo di fronte, il neoautoritarismo reazionario, chiamatelo come vi pare, ha un alleato molto forte nei giovani maschi. Noi dobbiamo sradicarlo in qualche modo, anche in questo senso.
Testo tratto dalla sbobinatura di Patrizia Cortellessa, con la redazione di Isabella Peretti per la Scuola Politica Femminista Bianca Pomeranzi – I edizione (2024-2025) organizzata dalla/alla Casa Internazionale delle Donne, Roma.
Grazie NUDM! 💜
Ogni 8 marzo, ogni 25 novembre, ogni volta che possiamo, manifestiamo con Non Una Di Meno!
GLTeam





























































